Educare il desiderio (2 di 2)

di Giacomo Ghidelli

 

In una serata svoltasi durante la mostra Oggetti d’evasione – mostra degli oggetti realizzati dai detenuti del carcere di Bollate – mi è stato chiesto un intervento che guardasse alla mostra da un punto di vista filosofico. Inizio qui a presentarne una sintesi.

Nella prima parte del ragionamento ci si chiedeva se sia possibile “educare il desiderio”.

Per comprenderlo, bisogna spostarci al tema della intersoggettività, vale a dire all’analisi della forma che può assumere il rapporto tra due soggetti, visto che la violenza si manifesta sempre come il dominio di un soggetto sull’altro, vale a dire di una persona sull’altra, di una organizzazione sull’altra, di una organizzazione sulle singole persone e così via.

Ebbene la prima cosa da dire è che i rapporti tra i vari soggetti possono essere ricondotti fondamentalmente a due modelli:

  • Nel primo modello il rapporto è di reciproca disponibilità e risponde al criterio “io ti rispetto e possiamo vivere insieme”
  • Nel secondo il rapporto è di reciproca minaccia e risponde al criterio “voglio dominarti e voglio annientarti”

In realtà la storia del mondo si è sviluppata prevalentemente seguendo il secondo modello. Per rendersene conto basta guardare alla storia dei rapporti tra le nazioni, a quelli tra le classi sociali e, in generale, ai rapporti tra i gruppi di chi ha il potere e di chi il potere non ce l’ha.

Ma qui c’è una cosa che va messa in evidenza: il dominio di un soggetto sull’altro non può mai arrivare sino alle sue estreme conseguenze, cioè arrivare alla distruzione completa del soggetto antagonista.

Se uno dei due soggetti fosse totalmente vincitore, si accorgerebbe infatti di non poter sopravvivere perché un soggetto, per poter vivere, ha bisogno che esista anche un altro soggetto. Io non posso vivere da solo perché, come è stato detto, l’uomo è un animale sociale: l’uomo vive soltanto con altri uomini. Ciò significa. Che la vittoria totale di uno dei due soggetti implica anche la morte del vincitore. Pura filosofia?

Zygmunt Bauman nel saggio “Povertà e disuguaglianza in un mondo in via di globalizzazione” sostiene che gli stati democratici moderni hanno svolto sempre un duplice ruolo: da un lato hanno favorito l’espansione capitalistica e dall’altro ne hanno anche posto i limiti.

“Il fine storico della democrazia contemporanea – dice Bauman – è consistito proprio nel proteggere il capitalismo dai suoi eccessi: dalle conseguenze potenzialmente devastanti dell’illimitato desiderio di guadagno, che avrebbe minacciato il suo stesso futuro.

È noto che spettò allo stato fornire protezione militare alle conquiste coloniali del capitalismo e spianare la strada alle sue iniziative; difficilmente i capitani di ventura di questa organizzazione della società avrebbero lasciato segni duraturi del loro passaggio, in mancanza di quelle istituzioni statali che i neo-liberisti di ogni tempo dipingono come i peggiori e più irritanti nemici della libertà d’impresa.

In modo analogo spettò allo stato e alle sue istituzioni politiche” istituire leggi per la difesa del lavoro minorile e delle risorse deboli, così che la “manodopera fosse nutrita, vestita, alloggiata e istruita in misura sufficiente per erogare lavoro utile”.

Come dire che senza queste leggi le imprese, per il loro onnipotente desiderio di guadagno, avrebbero corso il pericolo di sfruttare sino alla morte la propria manodopera, morendo poi alla fine per mancanza della stessa forza-lavoro.

Nella corsa alla vittoria di una soggettività sull’altra, un soggetto avrebbe sì distrutto l’altro, ma poi si sarebbe auto-consumato.

Un altro esempio, ancora più radicale, può essere visto nel dominio dell’uomo sulla natura, con tutte le conseguenze che una dominazione totale del soggetto uomo sul soggetto natura reca con sé: effetto serra, cambiamenti climatici, scioglimento dei poli, innalzamento dei mari, e così via sino alla scomparsa dell’uomo sulla terra.

Dal punto di vista teorico e da quello pratico viene quindi in chiaro che il rapporto di dominio è un rapporto anti-umano perché, se portato alle estreme conseguenze distrugge entrambi i contendenti. E questo perché ogni gioco al massacro, come Bauman insegna, è destinato all’autodistruzione del carnefice e a fare tabula rasa della vita.

Al rapporto di dominio – contenuto a volte dai vincoli delle leggi – si oppone il rapporto di riconoscimento reciproco, il rapporto in cui i due soggetti (qualunque essi siano) si riconoscono reciprocamente come soggetti, mantenendo e anzi accrescendo l’uno la vita dell’altro.

Questo l’etica e la nostra Costituzione lo sanno da sempre, e l’etica ha fatto del rapporto di riconoscimento reciproco la propria “Regola aurea”: una regola che è presente con diverse formulazioni in tutte le diverse tradizioni culturali (giudaica, buddista, islamica, confuciana), che nella tradizione cristiana suona “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” e che Kant ha così mirabilmente sintetizzato:

  • Agisci in modo che tu possa volere che la massima delle tue azioni divenga universale.
  • Agisci in modo da trattare l’uomo così in te come negli altri sempre anche come fine, non solo mai come mezzo.
  • Agisci in modo che la tua volontà possa istituire una legislazione universale

Formulazioni, che conducono tutte al “rapporto di riconoscimento”. Ed è proprio da questo atteggiamento mentale ed emotivo che può partire quella che ho chiamato l’educazione del desiderio.

Vale a dire: affinché la violenza esca dal carcere e affinché il carcere cessi di essere l’università della violenza, come ha detto un ex carcerato, è indispensabile che l’istituzione carceraria cessi di considerare il carcerato come oggetto di un dominio totale, ma cominci a considerarlo come persona dotata di diritti inalienabili.

Per fare questo occorrono molte cose. Innanzitutto occorrono leggi e interventi la cui attuazione oggi sembra sempre più lontana, soprattutto quando vediamo che l’attuale governo pensa di fare fronte al malessere sociale inventando nuovi inutili reati e pene, il cui effetto è soltanto quello di aumentare esasperazione e affollamento carcerario generando nuova violenza.

Fondamentali sono quindi nuove leggi, nuove strutture e nuovi regolamenti. Ma non bastano.

Per comprenderlo è necessario interrogarci sul dove risieda il cuore della responsabilità dell’istituzione carceraria, a cui tocca il primo passo in questa direzione visto che è la parte più forte.

Per quanto mi riguarda, io credo che sia sempre opportuno riportare la responsabilità generale dell’istituzione alla responsabilità personale, alla responsabilità delle persone che l’istituzione rappresentano. E qui siamo rinviati al problema noto in letteratura con il nome “Il barbiere di Stalin”, che Paolo D’Anselmi cita in chiusura di un suo volume dallo stesso titolo: “La figura dell’artigiano (…) è paradigmatica dell’ingannevole natura delle apparenze.

Egli non si sentiva responsabile dei delitti del dittatore; era solo responsabile dei suoi baffi, eppure ci metteva del suo quando glieli aggiustava, contribuendo però ad aumentare il fascino che il dittatore esercitava.

Inoltre il barbiere di Stalin era l’unico uomo autorizzato a brandire un rasoio accanto alla celebre gola e, come dice Amleto, avrebbe potuto farsi giustizia con l’uso di una nuda lama mentre invece ometteva ogni possibile comportamento oltraggioso nei confronti del suo cliente.

A dispetto di chi dissocia la responsabilità del barbiere da quella del suo cliente, l’innocente barbiere aveva quindi una sua parte di responsabilità nei delitti di Stalin: ci proclamiamo tutti innocenti mentre flirtiamo con il male”.

A ciò aggiungo che in rari casi la posizione della responsabilità e dell’impegno personale è già fatta propria da rappresentanti delle istituzioni carcerarie, funzionari o semplici agenti che spesso devono capire come aggirare norme indecenti per un paese cosiddetto civile.

In ogni caso credo che sia importante cominciare a riflettere su questi temi perché è proprio da qui che parte la possibilità di trasformare un dannoso rapporto di dominio in un rapporto di paritetica umanità.