Esodo e diaspora dei giovani

di Vincenzo Rampolla

Al termine dell’incontro del 7 marzo, prima occasione di un dibattito Zoom a tema libero, sono stati riconfermati temi di forte interesse, con interventi proficui e di livello. Quello sulla fuga all’estero dei giovani per studio e lavoro, mi ha portato a confrontare commenti, critiche e suggerimenti di operatori e analisti del settore, estesi anche a cenni sul fenomeno migratorio generale nel Paese. L’articolo traccia sinteticamente una fotografia che, dati alla mano, sottolinea la leggerezza culturale e la scarsa gestione innovativa dei Ministeri coinvolti, destinate a ulteriori analisi in chiave futura e a un’evoluzione verso metodi decisamente rivoluzionari del rapporto scuola/lavoro.

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Molti giovani italiani se ne vanno all’estero. Per studiare e per lavorare. È l’effetto dei problemi strutturali della cultura dell’istruzione italiana, vincolata a quella economica e sociale e si riflette nella mancanza di un’adeguata offerta di opportunità e di stipendi. Nella storia demografica italiana l’emigrazione è stata una costante, la regola più che l’eccezione e se erano massicce le ondate di emigranti, il recente flusso migratorio dei giovani ha dimensione di gran lunga inferiore a quella delle tre grandi emigrazioni del passato. Parlano i dati: ⅓ sia dei 5,2 milioni del 1904 -14 che degli 1,8 milioni nei periodi 1919 -30 e 1951-61. Si vedrà in seguito che i numeri reali dei flussi sono molto maggiori, addirittura il triplo di quelli rilevati ufficialmente. Tutto avviene mentre il decreto Anticipi, presentato in Senato, depotenzia fortemente il regime fiscale agevolato per i cosiddetti cervelli che rientrano dall’estero e vale solo per docenti e ricercatori.

Dati e rapporti. Un’indagine per comprendere le reali dimensioni della diaspora dei giovani italiani presentata dagli analisti a fine 2023, fa luce sul fenomeno e dimostra come la recente ondata migratoria sia comunque di dimensioni pari a quelle precedenti, e soprattutto di effetti rilevanti sul potenziale di crescita dell’economia italiana, in parole povere sulla sostenibilità del debito pubblico.

Oggi si assiste a un progressivo affermarsi dell’ideale di una cittadinanza europea con i giovani che vivono all’estero che tendono a mantenere forti legami con l’ambiente di origine. All’idea della mobilità obbligata si aggiunge una visione della mobilità naturale, per generazioni abituate a viaggiare e con un’identità internazionale e plurilingue. La nuova mobilità è dunque vista come un valore e un’opportunità da incentivare e se da un lato ha un costo, offre comunque nuove risorse in termini di riorganizzazione e cambiamento, crescita e sviluppo di competenze, esperienze e relazioni.

Nel secondo decennio degli anni 2000 l’emigrazione italiana si è risvegliata e ha via via preso maggiore consistenza. È caratterizzata dalla giovane età delle persone (20-34 anni), dal massimo grado di istruzione (30% laureati, circa 28% sul totale dei coetanei) e dal fatto che ¼ non ha completato le scuole superiori.

Precisamente, nel periodo 2011-2021, 451.585 giovani italiani di 18-34 anni hanno trasferito la residenza all’estero e 134.543 (29%) dall’estero l’hanno portata in Italia; nel 2022 è stato il 44%. Nel saldo, dall’Italia sono usciti 317.042 giovani, numero che si confronta con i 600.000 del bilancio migratorio totale di italiani nello stesso periodo, fenomeno di ridotta rilevanza demografica e attribuito a un movimento fisiologico, legato all’integrazione europea.

L’ultimo Rapporto Ambrosetti del 2023 conferma che dal 2013 al 2021 i laureati in uscita sono aumentati del 42%. Nonostante i giovani ricercatori italiani siano al 2° posto tra i più premiati dal Consiglio Europeo della Ricerca (ERC), realizzano i loro progetti soprattutto all’estero, dove migrano in cerca di salari più alti e maggiore meritocrazia, la giusta ricompensa dell’impegno e del talento individuale. Parla l’86% di quelli rimasti in Italia che lamenta salari bassi e poco competitivi con l’estero, e l’80% la mancanza di meritocrazia. All’estero inoltre è molto attraente la politica dei finanziamenti (84%) e l’alta qualità della ricerca scientifica (72%), affiancata dalla facilità di accesso e progressione nella carriera accademica (56%). Niente di tutto ciò in Italia: politiche saltuarie, a pioggia e isolate.

Tutti i ricercatori italiani all’estero si dicono soddisfatti della propria scelta e l’80% ritiene improbabile un loro rientro in Italia. Per chi rimane, la scelta è invece essenzialmente legata a motivi personali o familiari (86%). Indicativo il fatto che il 43% dei ricercatori rimasti in Italia, potendo tornare indietro, ritenterebbe una carriera all’estero. I dati mostrano infine una loro sostanziale sfiducia verso il Pnrr: il 76% non reputa le riforme sufficienti per rilanciare l’ecosistema.

Le conseguenze. La fuga all’estero penalizza il sistema dell’innovazione, ad esempio il settore delle Scienze della Vita: nel’UE l’Italia è 8ª per competitività (dopo Danimarca, Germania, Belgio, Svezia, Francia, Paesi Bassi e Spagna), 1ª per pubblicazioni scientifiche, 4ª per numero di brevetti, 3ª per export, solo 12ª per capitale umano qualificato e 15ª per vitalità delle imprese. A confermare l’urgenza di tenersi in casa i giovani talenti sono anche i recenti riconoscimenti degli ERC Starting grant (borse di studio). Con 57 grant nel 2023, i ricercatori italiani sono al 2° posto tra i più premiati in UE, dietro ai tedeschi. Eppure l’Italia resta l’unico tra i grandi Paesi ad avere un saldo netto negativo (-25 nel 2023) tra grant ottenuti per Paese e per nazionalità del responsabile del progetto, in linea con quanto emerso nel 2022: difficoltà a trattenere i cervelli entro i confini nazionali.

La realtà. Negli ultimi 18 anni la comunità degli italiani residenti all’estero è aumentata del 91%, sfiorando i 6 milioni: le donne sono cresciute del 99,3%, i minori del 78,3%, gli over 65 del 109,8% e le partenze per espatrio sono salite del 44,9%. E i giovani sono gli espatri per eccellenza, diretti per ¾ verso l’Europa, + 2% rispetto al 2021, nonostante un calo di 2% delle iscrizioni all’Anagrafe degli Italiani all’Estero (AIRE) e nonostante i numeri non siano tornati ai livelli pre pandemia.

Il fenomeno della fuga all’estero è in realtà sottostimato perché molti giovani mantengono la residenza in Italia e non si registrano all’AIRE. Il numero reale del flusso nel periodo 2011-2021 sale quindi a circa 1,3 milioni, analogo agli anni ’50. Gli analisti stimano un’enorme perdita di capitale umano: €38 miliardi!

Il fenomeno ha pesanti conseguenze sulle dinamiche demografiche: L’uscita di giovani dall’Italia sta avvenendo quando è iniziata la glaciazione demografica. Glaciazione, non inverno. La fotografia della presenza italiana all’estero fa dire al Capo dello Stato: La fuga dei cervelli è una patologia alla quale si deve porre rimedio, individuando percorsi per garantirne il ritorno.

Al 1° gennaio 2023 gli iscritti all’AIRE si è visto erano circa 6M (5,93 milioni, 10,1% di 58,8 M di italiani residenti nello stivale). Il cammino è inverso: gli usciti dal Paese crescono (+2,2% in un anno, +127.350 unità), quelli che restano diminuiscono (-132.405 persone, -0,2%). La pandemia ha soltanto rallentato il fenomeno: le iscrizioni all’AIRE aumentavano al ritmo del 3% annuo, circa 150.000 in più ogni 12 mesi e ormai per l’Italia la mobilità è un fenomeno strutturale alla sua dinamica economica, sociale e culturale, in quanto continua e permanente. Dal 2006, anno del primo Rapporto Italiani nel Mondo, a oggi, va ripetuto: la presenza degli italiani residenti all’estero è salita del 91%.

Parallelamente, tutte le Regioni presentano popolazioni residenti in decrescita. Secondo i valori assoluti, in cima alla classifica ci sono Toscana (- 25.000 residenti), Veneto (-16.000) e Lombardia  (-14.000). Campania e Sicilia marciano debolmente in direzione opposta, con Campania con +1.500 residenti e Sicilia + 500. Dal 2020, l’Italia ha perso oltre 790.000 residenti e Campania (-2,1%), Calabria (-2,8%), Sardegna (-2,3%) e Marche (-2,1%) registrano le percentuali più alte rispetto al livello nazionale (-1,3%). La Sicilia, invece, dal 2020 ha perso l’1,5% della sua popolazione residente.

Le due Italie. Il Rapporto identifica l’inquietante presenza di due Italie: una che si perde tra spopolamento, longevità, crisi demografica e sfiducia diffusa; l’altra che invece all’estero si rinvigorisce sempre più, aumentando le sue dimensioni e la sua forza e accrescendo la sua complessità. Nel tempo, si è ridotta la quota degli italiani residenti all’estero di origine meridionale: nel 2006 era il 58,5% contro il 31,2% del Nord; oggi è il 46,5%, contro il 37,8% del Nord.

Donne in fuga. Nell’ultimo decennio, in particolare, le partenze dal Centro-Nord sono diventate importanti. Spesso la mobilità interna precede quella verso l’estero. L’itinerario parte dal Mezzogiorno per salire prima al Settentrione e poi all’estero. Dal 2006 è praticamente raddoppiata (+99,3%) la presenza di donne iscritte all’AIRE: 2,8 M risiedono all’estero, il 48,2% del totale. Se nelle precedenti ondate migratorie, le partenze erano spinte dai ricongiungimenti familiari con gli uomini partiti in precedenza, ora a lasciare il Paese sono donne moderne e dinamiche, dotate di competenze qualificate, motivate dalla prospettiva di una vita indipendente, di un maggior benessere economico e di una carriera professionale più gratificante. L’aspirazione a fare carriera, con livelli retributivi più alti, spinge la migrazione, con traguardi impossibili per le italiane in patria.

I rimpatri. Nel decennio 2012-2021 i rimpatri dall’estero dei cittadini italiani sono più che raddoppiati, passando da 29.000 a 75.000. In tutto i rientri sono stati 443.000, 2 su 5 da un Paese dell’UE, Germania e Regno Unito (da Brexit in poi) in testa. Si nota che il volume dei connazionali che rientrano non è sufficiente a compensare la perdita di popolazione dovuta agli espatri che, durante lo stesso periodo e fino all’anno della pandemia, sono aumentati, generando saldi migratori sempre negativi. Le agevolazioni fiscali contro la fuga dei cervelli introdotte con il Dl 34/2019 sono state efficaci: il numero dei rientri è raddoppiato. La classe di età 30-40 anni è la più penalizzata, perché vede concentrate le famiglie con figli minori, più difficili da muovere. L’Italia non è un Paese per giovani, nemmeno per famiglie…