I mille aspetti della violenza di genere

di Giacomo Ghidelli

Si dice “violenza di genere”, e subito il pensiero va a tutti quei casi – a partire dall’omicidio di Giulia Cecchettin che ha avuto straordinario rilievo mediatico – di femminicidio che hanno segnato per più di cento volte lo scorrere dell’anno passato e che continuano imperterriti a segnare i giorni dell’anno che stiamo vivendo. Ma la violenza di genere non si limita all’inferno che il maschile spalanca al femminile con gli omicidi. Il tema è molto più articolato, ricco di forme, di radici e di conseguenze.

Facciamo qualche esempio. Quando si parla di violenza di genere difficilmente si pensa anche alla violenza (certamente minoritaria nelle sue forme estreme) che il femminile esercita sul maschile. E non si pensa mai sino in fondo alle origini di queste forme di violenza, che affondano le proprie radici in aspetti socio-culturali e di contesto: evoluzione storica e sociale, religione, filosofia, normative legali e così via. Ancora, non si pensa neppure sino in fondo alle moltissime forme che la violenza di genere può assumere e ai vari livelli in cui può manifestarsi: psicologico, fisico, sessuale, lavorativo. Ci sono poi i diversi ambiti in cui la violenza si manifesta: nelle relazioni di coppia, ma anche nelle famiglie con figli, all’interno dei gruppi. E dopo questo elenco di certo non esaustivo, compaiono anche le conseguenze della violenza di genere sui figli che sovente determinano quello che si potrebbe definire il destino di questi figli, a volte scolpito proprio dall’aver assistito a queste svariate forme di violenza, “spettacoli” che si ripercuoteranno con tutta probabilità nelle loro future relazioni sia tra compagni sia nella loro vita adulta. Come dire, se la violenza di genere mira alla distruzione dell’identità dell’altro, (sino alla sua totale cancellazione) è allora chiaro che sarà proprio nella costruzione dell’identità dei figli che questa violenza si rifletterà.

L’enorme campo di cui qui ho dato soltanto brevi accenni, è percorso con grande attenzione nell’opera monumentale (soltanto il fatto che si sviluppa per quasi 800 pagine vale l’aggettivo) scritta in gran parte e coordinata da Elena S. La Rosa, dal titolo Incontrare la violenza di genere, Aspetti teorico-clinici, esplorazioni culturali e notazioni etiche e pubblicato da Edizioni Bette.

Alla costruzione di questo ricchissimo percorso hanno partecipato sedici specialisti di varie discipline, tra cui psicologi, avvocati, filosofi e psichiatri, ciascuno dei quali ha portato il proprio bagaglio di conoscenze, di esperienze e di sguardo prospettico su quanto accade e su ciò che sta alla base di ciò che accade. Così, ad esempio, accanto agli aspetti più propriamente psicologici troviamo anche l’analisi dei lati legali connessi alla violenza di genere, analisi sviluppate da penalisti e da esperti del Diritto di famiglia.

Prima si accennava al fatto che le radici della violenza di genere affondano anche in un ampissimo terreno socio-culturale. Per esplorarlo, ecco allora una sezione del volume dedicata alle “Esplorazioni culturali”. Una ricerca che parte dall’analisi di alcuni significativi miti greci, di film (Eyes wide shut), delle opere di artiste quali Frida Kahlo e Artemisia Gentileschi, di scrittrici (Dacia Maraini e Agatha Christie), di scrittori (Gustave Flaubert), e persino dei proverbi sulle donne, sugli uomini e sul matrimonio che, come tali, trasmettono “gli stereotipi di genere” che permeano il nostro linguaggio e la nostra forma mentis.

E, a proposito di stereotipi, un altro campo di indagine è poi quello del ruolo che i mass media giocano rispetto ai fenomeni legati all’identità di genere. Come scrive La Rosa, “Basti pensare all’enorme accento posto sugli aspetti estetici e sul corpo come veicolo di narcisismi individuali e collettivi, per esempio, nelle trasmissioni televisive o nelle riviste femminili, in cui si affrontano con estrema superficialità aspetti legati alle modifiche corporee, alla chirurgia estetica, propugnata semplicisticamente come risolutrice di insoddisfazioni personali”. E non è questa, si chiede, una profonda violenza identitaria che le donne (ma sempre più anche gli uomini) si lasciano infliggere pur di soddisfare ideali di bellezza narcisistica culturalmente accettata?

Ovviamente, però, la parte fondamentale del volume è centrata sugli aspetti psicologici della violenza di genere e i vertici da cui viene osservata sono diversi. Si indaga, ad esempio, su chi sono, dal punto di vista psicologico, le donne vittime di violenza, cercando di individuare (al di là delle differenze individuali) le caratteristiche comuni sia sul piano intrapsichico sia su quello relazionale. C’è poi la domanda sulla violenza esercitata dalle donne, la violenza femminile. Ci sono, ad esempio, le relazioni trascuranti delle madri verso i figli, che possono assumere forme di maltrattamento sino ad arrivare alla violenza irrimediabile dell’infanticidio. Ci sono i casi di violenza psicologica sul compagno perché “se nelle dinamiche di coppia l’uomo sfoga la propria rabbia per lo più dal punto di vista fisico, le donne agiscono di converso sulla psiche dell’uomo”. Quando poi si arriva a quelle forme di separazione in cui la conflittualità si colloca ai livelli più alti, sovente interviene la svalutazione del compagno e, soprattutto, delle sue capacità paterne.

Ancora prima (o forse dopo…), però, troviamo anche le forme di bullismo tra adolescenti femmine, che possono arrivare sino a mettere in crisi la percezione corporea delle ragazze bullizzate. Grande attenzione viene posta sugli effetti della violenza sui figli nell’infanzia e nell’adolescenza, dove si manifestano anche fenomeni di violenza auto-inflitta (tagli e ferite) come modo estremo per testimoniare la propria esistenza.

C’è poi l’indagine sulle ragioni antropologiche quali radici della violenza, con l’analisi dell’ideologia del patriarcato, base di un modo di pensare e di legiferare di lentissimo corso, visto che in Italia la legge che cessa di considerare lo stupro come “un reato contro la morale” per definirlo “un reato contro la persona” è stata approvata soltanto nel 1996! Passando poi al tema emergente della pluralità dei generi che sfociano in una estrema fluidità dei rapporti, il tema diventa l’indagine su quali siano i conflitti di coppia e familiari “nella liquidità contemporanea dei legami umani”.

In altra parte del volume vengono riportate riflessioni ed esperienze di psicologi e psicoterapeuti che operano in contesti pubblici e privati, con la presentazione di casi diversi tratti da psicoterapie individuali, di coppia, da psicoterapia di famiglia, di gruppo (sia al maschile sia al femminile), che fanno assistere dal vivo a una molteplicità di casi e ai relativi trattamenti.

Dopo aver analizzato alcuni aspetti etici che riguardano il lavoro psicoterapeutico con persone che hanno subito queste male-esperienze, il volume viene chiuso da una postfazione del filosofo Carmelo Vigna, docente emerito di filosofia morale, il quale appunta l’attenzione proprio sul lavoro dello psicoterapeuta, mettendone in rilievo il doppio aspetto relazionale. Nel lavoro psicoterapeutico, ci dice, c’è sempre una relazione asimmetrica (la relazione che si concretizza nella cura dello psicoterapeuta verso il paziente), ma che non può prescindere da una relazione simmetrica quale è quella che si deve sempre statuire tra due persone: la simmetria del reciproco riconoscimento. Per cui se è vero che da un lato tu, paziente, dipendi da me, terapeuta, è anche vero che se al principio e lungo tutto il corso del rapporto non c’è un reciproco riconoscimento di parità, il destino è quello di perpetuare violenza anche nel trattamento terapeutico. E gli analisti, sempre alle prese con il controtransfer con il paziente, è cosa che conoscono molto bene. D’altra parte è proprio in questo reciproco simmetrico riconoscimento che si annulla la possibilità stessa della violenza. È responsabilità del terapeuta tener presente questa regola. Ed è responsabilità di tutti applicarla.