IA e lavoro (seconda parte)

Tra innovazioni e implicazioni sociali ed economiche

di Massimo di Virgilio

 

In uno scenario così dinamico, il mondo digitale, recita un ruolo di primo piano, come dimostrano gli effetti della trasformazione tecnologica in corso che sta cambiando la geometria delle organizzazioni, indirettizzando localmente e geograficamente le unità produttive, virtualizzando, remotizzando, e precarizzando il lavoro.

Come scrive nel suo ultimo libro, il Prof.Butera, esso non solo sta andando “in frantumi”, ma “…la scarsa qualità di gran parte dei lavori sembra il segno di questa svalorizzazione. La soddisfazione di chi ha un lavoro è ai livelli minimi”.

In parallelo, occorre poi riflettere attentamente sul tema della “produttività” del lavoro; il suo ritmo di crescita, come ribadisce il neo Governatore di Bankitalia, citando uno studio molto recente, nell’arco temporale dal 2000 al 2019, è stato sensibilmente inferiore (0,32% vs 1,21%) rispetto ai principali Paesi europei, a causa di una debole dinamica (un quarto di quella dell’Eurozona: 0,25% vs 0,84%).

Per invertire questa rotta declinante, serve, oltre ad una ingente massa di capitali da destinare agli investimenti necessari, anche un utilizzo ancor più spinto della leva tecnologica, ma opportunamente combinata con la qualità delle risorse umane.

Ne scaturisce un quadro già anticipato dal modello della distruzione creatrice di schumpeteriana memoria: “…Il mercato non ha né rimpianti né rimorsi, ….non ha modelli mentali, …si limita ad eliminare gli operatori deboli e, così facendo, migliora i ritorni complessivi

Ma ritorni per chi? Questa è la naturale conseguente domanda.

Prima di provare ad abbozzare una risposta, credo sia utile fare qualche riflessione a proposito della sempre più imperante platform economy e sulle implicazioni da essa indotte.

Per dare un’idea di quale sia lo “spirito del tempo”, cito un giovane imprenditore americano del mondo digitale, Lucas Biewald il quale, con una assoluta naturalezza, arriva ad affermare che: ”prima di internet era davvero difficile trovare qualcuno disposto a sedersi, lavorare per te per dieci minuti e poi essere licenziato”.

Stentavo a credere alla veridicità di questa dichiarazione ma, costretto dall’autorevolezza dell’autore dell’articolo e dalla rispettabilità del giornale che lo aveva ospitato e diffuso, ho dovuto prendere atto con grande sconcerto che non si trattava di una fake news ma di una abominevole, vergognosa e degradante concezione del ruolo delle persone e dell’impresa nella società, priva di un ben che minimo barlume di eticità.

Molteplici segnali avevano, d’altronde, fatto percepire ad un osservatore, minimamente attento e sensibile, quale fosse il senso di marcia e, soprattutto, la china pericolosa lungo la quale il mondo del lavoro si fosse incanalato.

A cominciare dal linguaggio, che è il primo rivelatore di uno strumentale mascheramento della realtà; un esempio per tutti sono le due espressioni, a prima vista simili, “inquinamento ambientale” e “riscaldamento climatico”, usate a proposito della transizione ecologica.

Non v’è chi non veda che sono fatte apposta per celare invece differenze abissali, rovesciando i termini della questione.

Si tratta di “frame cognitivi”, come li chiama Lakoff, che finiscono con il manipolare la realtà e le chiavi di lettura; analogamente, in ambito economico, “gig” e “uberizzazione”, sono due parole che sembrano, la prima, un vezzeggiativo e, la seconda, una classificazione botanica, entrambe invece quintessenza della sempre più decantata disintermediazione.

Altra parola, quest’ultima che, con la sua freddezza, offre una connotazione pseudo scientifica, quindi ammantata di terzietà, ad un cambio di paradigma in cui la “frantumazione del lavoro”, di cui parlava il Prof. Butera, trova la sua sublimazione.

Il nuovo centro di gravità delle molteplici forme in cui oggi si declina la nuova economia (circular, net, sharing economy et similia) è la fantomatica “piattaforma”, tutt’intorno ad essa ruotano sciami di soggetti che di volta in volta si agganciano e si sganciano come da una giostra che ruota a velocità impressionanti, fermandosi tutte le volte che è necessario, per cambiare gli equipaggi.

Dulcis in fundo o venenum in cauda, arriva l’IA, che rappresenta il nuovo salto quantico; il suo prepotente ingresso in scena con sembianze quasi magiche ha la capacità di risucchiare tutti in un vortice, grazie ad una narrazione affascinante, addirittura magnetica. Per l’ennesima volta nascono fazioni contrapposte, c’è chi innalza peana e chi evoca paure come quelle dell’anno mille, “futuristi” in visibilio e “catastrofisti” in preda al terrore.

ChatGPT, nato esattamente un anno e un mese fa, è, da un lato, l’epigono e, dall’altro, l’alfiere del nuovo mondo. Come se non bastasse, c’è anche una saga in corso al suo vertice a suggellare quanto aspra sia la lotta tra una concezione visionaria non mercificata e una totalmente centrata sul business, verso quel Capitalismo dei Dati, che ha portato il New York Times a emettere, come ricorda Massimo Gaggi, una sentenza tagliata con l’accetta: “il team del capitalismo ha vinto, il team del Leviatano ha perso”.

Il prof. Floridi scrive: «L’individualismo antropologico e la polarizzazione economica vengono immersi nel brodo primordiale dell’innovazione. Aggiungete risorse illimitate, mentre il digitale dà l’impressione che tutto sia possibile. Ecco un’ideologia degli estremi, manichea: il bene e il male. La tecnologia che è salvifica o apocalittica».

Da tutto ciò si capisce che la carica di cui le IA generative sono portatrici sta nella loro capacità di estendere il campo di azione sostitutiva degli umani, erodendone ulteriormente lo spazio, e spingendoli a spostare ancora più in alto la propria attività; una sollecitazione, quest’ultima, che di per sé non sarebbe né nuova né intrinsecamente negativa, se non fosse che a guidarla è una ristrettissima cerchia, la cosiddetta “MegaCap8” [Google, Apple, Facebook (oggi Meta), Amazon, Microsoft, note in gruppo con l’acronimo «GAFAM», con l’aggiunta di Netflix, Nvidia e Tesla] che, rappresentando un terzo dell’indice Standard&Poor (S&P), hanno tutto l’interesse ad accentuare la potenzialità strutturale delle piattaforme, a massimizzare la produttività e a comprimere il numero dei lavoratori e il loro costo.

Concludo, prendendo atto di realtà duale, in cui si confrontano chi6 considera il capitalismo una sorta di «setaccio invisibile», in grado di consentire ad alcuni progetti di sopravvivere e chi sostiene l’assoluta necessità di una discussione pubblica per favorire un confronto sulle scelte e le ricadute di una IA fortemente pervasiva.

Personalmente propendo per la seconda, anche se mi rendo conto che la prima galoppa di gran carriera e l’altra stenta, purtroppo, a prendere corpo.