Il crollo della natalità in Italia

di Vincenzo Rampolla

Due parole di introduzione sulla realtà in Europa, prima di un accurato esame delle cause del crollo della natalità in casa nostra. Seguono un’analisi puntuale degli effetti della pandemia e i dati ufficiali 2023.

Natalità in Europa. La ridotta procreazione delle coppie è un fenomeno che tocca gran parte dei Paesi europei. Francia e Germania hanno raggiunto il minimo storico a metà degli anni ‘90: la Francia nel 1993, con tasso (numero medio di figli/donna) pari a 1,66, la Germania nel 1994, con un tasso di 1,25. A differenza dell’Italia, la ripresa successiva è stata più intensa e veloce e se alla metà degli anni ‘90 le differenze Germania – Italia erano minime, oggi divergono. Anche l’età media delle donne nell’UE alla nascita del primo figlio è in graduale aumento e in Italia da 29,4 anni nel 2019 è a 31,4 nel 2020. L’età media al parto in Francia e Germania è stata nel 2021, rispettivamente di 31,0 e 31,5 anni, più bassa di 1 ½ anno e di un anno circa rispetto all’ Italia e di 2 mesi inferiore in Spagna, pari a 32,6 anni nel 2021.

Le cause del crollo in Italia.

È un problema complesso e con diverse cause, remote e attuali:

  • Pandemia da COVID-19. I dati ISTAT del 2021 evidenziano che la fecondità è stata colpita dalla pandemia, anche se rispetto alle pandemie del passato, gli effetti per la mortalità sono più contenuti e concentrati sulla popolazione in età non feconda.
  • Invecchiamento della popolazione: l’età media della popolazione italiana è tra le più alte d’Europa. In particolare, pesa la riduzione della popolazione femminile nell’età di norma considerata riproduttiva, 15 – 45 anni. Nel 2022 per ogni 100 donne di 20-34 anni, se ne contavano 126 di 35-49 anni.
  • Ritardo nella formazione di una famiglia: sempre più giovani italiani ritardano la decisione di avere figli specialmente per motivi di istruzione, carriera, precarietà di lavoro e insicurezza economica.
  • Difficoltà economiche delle famiglie: la crisi economica degli ultimi anni ha messo a dura prova la situazione finanziaria di molte famiglie, aggravando il proposito di avere figli e mantenerli. Il presidente del Censis G. De Rita recentemente ha ribadito: “Non è l’impoverimento dei ceti medi ad essere la causa principale del numero sempre minore di nuovi nati, ma un problema di dittatura dell’io. Una società che non sa più dire ‘noi’, non fa figli .”
  • Scarso livello di intesa sulle modalità di lavoro e su orari flessibili.
  • Difficoltà di accesso ai servizi per l’infanzia, come asili nido e scuole materne, che permettano di conciliare il lavoro con la famiglia.
  • Scarsa politica di sostegno alla famiglia in politiche fiscali, servizi sociali e assegni familiari, elementi che limitano le possibilità di avere figli e mantenere una famiglia.                                     

La pandemia

  • Evoluzione della popolazione. Il disegno dell’intera struttura demografica della popolazione italiana e della sua evoluzione nel tempo si basa sulla stima del numero di nascite per donna in età feconda (15-45 anni) e del saldo migratorio. Inoltre, per includere l’eccesso di mortalità del 2020 dovuto alla pandenia, si imputa il dato sui morti, disaggregato per sesso e per la singola fascia d’età e si simula l’intera struttura demografica della popolazione italiana derivante dallo shock pandemico per età e sesso nel periodo 2020-2065, figurando diversi scenari. La minore natalità registrata nel periodo 2020-23 incide sia sulle nascite dello stesso periodo, sia su quelle attese a partire dal 2035 a causa del ridotto numero di donne in età feconda; al contrario, la riduzione del tasso migratorio ha un rapido effetto su tutti i flussi migratori e quindi sulle nascite nell’intero periodo considerato.
  • L’effetto negativo sulla popolazione può dare luogo a forti ripercussioni sul contributo del lavoro alla crescita del PIL e del PIL pro capite. Nel 2065, la perdita di prodotto dovuta al calo delle nascite e a quello del tasso migratorio rispetto alle previsioni Istat pre-Covid sarebbe compresa tra 5-16 %, mentre la riduzione attesa del PIL pro capite si attesterebbe tra 1-2 %, secondo uno scenario di evoluzione della produttività del lavoro e del tasso di partecipazione, esclusi gli effetti del PNNR.
  • L’effetto congiunto delle mancate nascite e del minor afflusso di migranti genera un’ulteriore contrazione della popolazione 15-64 anni di circa 1,3 M nel 2040 e di 1,6-3,4 M nel 2065, secondo lo scenario considerato per il tasso di natalità. L’effetto del calo del tasso migratorio sulla popolazione in età di lavoro sarebbe immediato; quello del calo della natalità si manifesterebbe invece a partire dal 2035.
  • Le valutazioni iniziali si basano sull’ipotesi che l’elasticità del tasso di natalità e di quello di migrazione rispetto al tasso di disoccupazione rimangano congelati ai livelli stimati su dati relativi all’evoluzione nel periodo 1980-2019:
  • il tasso di natalità per donna in età feconda tocca il minimo storico nel periodo 202023, attestandosi su livelli inferiori ai 39 nati/anno per 1.000 donne;
  • il tasso migratorio cala a un livello di circa lo 0,5 ‰, toccando i valori minimi di 0,3 ‰ nel periodo 2022 – 2023.
  • Gli effetti demografici della pandemia si spiegano con il peggioramento delle condizioni economiche che incidono sulla natalità e sulle migrazioni. Nelle economie avanzate al passo con la transizione demografica Italia non inclusa), la fecondità è correlata negativamente con il ciclo economico: l’incertezza finanziaria e il peggioramento delle aspettative sul reddito futuro aggravano le scelte di concepimento. Il tasso di disoccupazione sembra essere il miglior indicatore, sia per rivelare tale peggioramento con l’incertezza delle condizioni economiche delle famiglie che per predire la dinamica della fecondità. Anche la dinamica migratoria risente negativamente del peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro nel Paese di destinazione.

Analisi dei dati 2023

Dal 2008, anno in cui il numero dei nati vivi ha registrato il più alto valore dall’inizio degli anni 2000, i nati residenti in Italia sono diminuiti sistematicamente. In termini assoluti, la riduzione medio-annua è di circa 13.000 unità, quella relativa è al 2,7%. Le nascite tra la popolazione residente sono 393.333 nel 2022, – 6.916  rispetto al 2021 (-1,7%), con un nuovo ribasso del record di denatalità.

Nel 2023 si rilevano – 183.000 nascite (-31,8%) rispetto al 2008 e permane la denatalità. Secondo i dati del primo semestre, le nascite sono – 3.500 unità (-1,9%). rispetto allo stesso periodo del 2022.

Perdura il calo delle nascite. Il calo è in parte causato dai mutamenti strutturali della popolazione femminile in età feconda. A partire dai primi anni 2000 si è inoltre attenuata la crescita delle nascite dovuto alla popolazione straniera, pur aumentando la presenza straniera, pari oggi all’8,6% della popolazione residente totale, contro il 7,6% del 2012.

La diminuzione dei nati è attribuibile in toto al calo delle nascite da coppie di genitori entrambi italiani, circa – 169.000 rispetto al 2008. Sono calate soprattutto le nascite nel matrimonio, pari a 230.016. Si chiude la fase positiva che nel primo decennio degli anni 2000 vedeva le italiane recuperare le nascite rinviate dagli anni ‘90.

Figli nati fuori dal matrimonio. Nel 2022, in un contesto di natalità decrescente, prosegue l’aumento dei figli nati fuori dal matrimonio: 163.317 (+3500 sul 2021), quasi + 50.000 sul 2008, pari al 41,5% del totale, di cui il 35,0 % con genitori mai coniugati e il 6,5% da coppie in cui almeno un genitore proviene da un precedente matrimonio. Da inizio 2000 la quota di nati fuori dal matrimonio sul totale dei nati è sistematicamente aumentata: + 33 %.

Tra le coppie italiane, i nati fuori dal matrimonio raggiungono 44,7%. Tra le coppie miste, l’incidenza è più elevata se il padre è straniero (38,3%) rispetto alle coppie con madre straniera (31,8%). Per le coppie straniere la quota raggiunge il 26,9%, – 18% rispetto alle coppie italiane. L’aumento dei nati fuori dal matrimonio nel 2023  (+1,6 %) è in linea con la crescita media degli ultimi dieci anni (+1,5%). La tendenza ad avere figli fuori dal matrimonio è diffusa soprattutto tra i giovani.  Dopo i 34 anni di età, la quota si attesta a 36,6% per il totale delle coppie e al 38,5% per le sole coppie italiane. Le nascite fuori dal matrimonio sono quelle da coppie di genitori celibi e nubili (84,2% delle 163.000 nascite nel 2022). Ciò perché soprattutto tra le coppie più giovani il matrimonio è visto sempre meno come il passo obbligato prima di avere figli. Tra le madri fino a 24 anni, ad esempio, la quota di nascite da genitori mai coniugati è il 54,6%.

La regione con la più alta proporzione di nascite more uxorio è la Sardegna (53,6%). Le percentuali più basse si registrano in Calabria (30,4%) e in Basilicata (29,2%).

Crescita dei primogeniti, calo dei figli successivi.  Da diversi anni in Italia si osservano gravi ostacoli che incidono sulle decisioni delle coppie di mettere al mondo dei figli: allungamento dei tempi di formazione, difficoltà a trovare un lavoro stabile, bassa crescita economica, critico accesso al mercato delle abitazioni. Essi contribuiscono alla forte contrazione di primi figli, dopo la fase in cui le criticità si riferivano soprattutto al passaggio al secondo figlio.

Nel 2022 quasi un nato su due è primogenito. I nati del primo ordine ammontano, infatti, a 192.525 unità, il 48,9% del totale, registrando una crescita assoluta di + 6.000 e una di +3,2% sul 2021. Il recupero ha agito con impatto diverso nelle aree del Paese. Nel Centro, il 2021 – 2022 ha visto un minore calo dei nati del primo ordine nel Nord e si manifesta con un riassorbimento completo; nel Mezzogiorno ha il salto maggiore. L’aumento dei primogeniti si inserisce, quindi, a sorpresa nel quadro di un trend decrescente di lungo corso. Dal 2008 a oggi i nati di primo ordine sono infatti – 32,4%, mentre i successivi al primo – 31,2%.  I figli successivi al primo calano invece di – 6,1% nel 2023. L’aumento dei primi figli si deve al recupero dei progetti rinviati dalle coppie a causa della pandemia.

Calo natalità da cittadini stranieri. I nati da coppie miste, con almeno un genitore straniero continuano a diminuire nel 2022, attestandosi a 82.216 unità e costituendo il 20,9% del totale dei nati. Dal 2012, ultimo per un aumento sull’anno precedente, le nascite sono – 25.789 unità.

I nati da coppia mista, passati da 28.111 nel 2012 a 29.137 nel 2022, presentano nel tempo un andamento irregolare, dovuto alla complessa misura dei comportamenti familiari dei cittadini di origine straniera. I nati da genitori entrambi stranieri sono 53.079 (- 26.815 sul 2012) pari a 13,5% del totale dei nati. Nel 2021 circa il 40% delle acquisizioni di cittadinanza da parte di donne straniere riguarda le collettività albanese, marocchina e rumena, con propensione alla omogamia, formazione di una famiglia con figli tra concittadini.

Nel 2022 la regione con la più alta incidenza di nati stranieri è l’Emilia-Romagna (21,8%). Al Centro spicca la Toscana (17,3%), mentre nel Mezzogiorno la percentuale ha un minimo in Sardegna a 4,1%. Considerando la cittadinanza delle madri, al primo posto sono i nati da donne rumene (11.804 nati nel 2022), seguono quelli da marocchine (8.744) e albanesi (7.768) che in totale coprono il 38,6% delle nascite da madri straniere residenti.

Minimo storico di fecondità delle italiane. Nel 2022 le donne residenti in Italia tra i 15 – 49 anni hanno in media un tasso di procreazione di 1,24 figli, valore in lieve calo rispetto all’anno precedente (1,25) e in linea con il trend decrescente in atto dal 2010, anno in cui si registrò il massimo relativo di 1,44 figli per donna. Il calo della fecondità prosegue nel 2023, sulla base dei nati rilevati tra gennaio e giugno, con numero medio di figli per donna stimato a 1,22.

La fecondità delle cittadine italiane nel 2022 non varia rispetto all’anno precedente, rimanendo stabile sul livello di 1,18. Il numero medio di figli per donna delle italiane è in lieve calo al Nord da 1,16 a 1,15, in contrapposizione all’aumento che si registra nel Mezzogiorno, da 1,22 a 1,24.

Confrontando i tassi di fecondità per età del 1995, 2010 e 2022 si osserva uno spostamento della fecondità verso età sempre più mature. Rispetto al 1995 i tassi di fecondità sono cresciuti nelle età superiori a 30 anni, mentre continuano a diminuire tra le donne più giovani.

Legge di Bilancio 2024. Criticità e riflessioni conclusive.

Incolmabile gap tra risorse stanziate e necessarie.

Assenza di chiare, semplici e pianificate riforme di famiglia e della natalità.

Servizi territoriali per la prima infanzia poveramente potenziati, cronica carenza di posti negli asili nido e mancanza di programmi per crearne nuovi.

Scarsa conoscenza delle solide esperienze europee nelle politiche familiari e di genere.

Per fare figli in Italia, l’anno è sempre il prossimo.