Innovazione e lavoro

di Massimo Di Virgilio

 

In un mondo in perenne evoluzione, nel quale il ritmo dei cambiamenti è sempre più accelerato, ogni organizzazione, pubblica o privata, è impegnata nella continua ricerca di nuove strade e nella elaborazione di nuove strategie. Non si tratta più di una scelta, quanto di un vero e proprio obbligo, che impone una ri-elaborazione sistematica dei piani e dei programmi oltre che un ri-pensamento critico nella concezione dei prodotti e/o dei servizi da proporre ai cittadini e al mercato.

Il grande motore dello sviluppo è l’innovazione, che assume una centralità sempre più marcata, permeando la società, ammaliandola e accompagnandola verso la modernità, ‘ciò che è proprio o peculiare del nostro tempo’ come la definisce la Treccani, opponendosi a ciò che è vecchio o tradizionale. Essa vale solo in un determinato momento (il latino “modo”), paradossalmente destinata e/o condannata, quasi affetta da una sorta di germe, a lasciare il passo ad una nuova modernità che rende la precedente antiquata e obsoleta. La rincorsa forsennata del nuovo porta a produrre, purtroppo, anche una enorme quantità di scorie; così, a forza di sfornare innovazioni, a volte, forse inutili, si producono tanti rifiuti, che finiscono con il rappresentare l’altra faccia, quella nascosta e oscura. La ‘Venere degli stracci’ di Michelangelo Pistoletto, con la sua forza dissacratoria, è il simbolo più crudo di un mondo che butta nella discarica ciò che non serve più o che non sembra servire più.

Il lavoro può rischiare di fare la stessa fine?

Cominciamo dall’inizio, quando, come sancito dalla cultura antica giunta sino al medio evo, il lavoro nel senso che ci è più proprio non esisteva; c’erano schiavi e servi, che non avevano diritti. Sarà il monachesimo di San Benedetto a chiarire che il lavoro è una peculiare occupazione di tutti gli uomini, diversamente da come era stato inteso fino ad allora; il motto latino “ora et labora” dei benedettini, sposta l’asse, testimoniando lo stretto collegamento esistente tra le due attività svolte da un buon credente. Se poi si scava nel significato delle parole, si scopre quanto diversi essi siano presso i diversi popoli. A meno di “Beruf” tedesco, tutti gli altri termini , labor, job, work, labour, travail, trabajo sono figli di un tempo antico, e ne riassumono e ne richiamano durezza e fatica fisica. Un peso materiale alleggeritosi nel tempo, acquisendo una levità portatrice di implicazioni psicologiche, più devastanti per l’equilibrio e la serenità delle persone. Tanti cambiamenti che non hanno però tolto al lavoro la sua centralità, riconosciuta e contemplata nella legge fondamentale dello Stato; la Costituzione italiana riconosce al lavoro un valore fondativo (Art.1), un diritto disciplinato, altresì, anche dal Codice Civile.

Il rischio che il lavoro possa fare una brutta fine c’è, come segnalano le sorti di rider e platform worker nel settore della logistica e della cosiddetta gig economy, che abbraccia trasversalmente molti diversi mondi, grazie proprio ai cambiamenti indotti dalla trasformazione digitale in corso. McKinsey, società di consulenza manageriale, tramite il suo istituto di ricerca, fa previsioni preoccupanti; sostiene infatti che entro il 2030, fino al 30% delle ore lavorate nell’economia statunitense potrebbero essere automatizzate (tendenza accelerata dall’IA generativa). Secondo i ricercatori “perdite di posti di lavoro si verificheranno nel supporto d’ufficio, nel servizio clienti e nei servizi di ristorazione”; arrivano ad aggiungere che “le persone nei quintili salariali più bassi hanno fino a dieci/quattordici volte più probabilità di dover cambiare occupazione entro il 2030 rispetto ai redditi più alti”.1

Per provare a capire meglio cosa sta accadendo, muovo dalle considerazioni contenute in un bell’articolo della d.ssa Pennacchi2 e in un suo precedente scritto3, in collaborazione con la d.ssa Dettori, entrambi talmente ricchi di spunti e sollecitazioni da rappresentare una fonte di grande utilità.

“Ideare l’innovazione senza farsi guidare dalle Corporation”, ha il pregio di trattare con molta acutezza questo tema così delicato e attuale, inquadrando giustamente l’innovazione come entità baricentrica di una società che voglia impegnarsi per sviluppo e progresso, avendo altresì cura di evidenziare il ruolo preminente di guida assunto dai grandi Champion. La prima domanda che mi pongo è se la società civile non stia commettendo un grave errore nell’abdicare a questa sua funzione precipua, lasciando il campo libero e incustodito.

Le lacune rimangono terra di nessuno, fino all’arrivo di chi è pronto a colmarle e ad impadronirsi di quello spazio. Solo a posteriori si percepirà l’entità della perdita, quando sarà tardi e il danno irreparabile. Come mai politica, classi dirigenti e società civile non hanno compreso opportunità e pericoli di fenomeni di tale portata? Come mai tutela della privacy o diritto d’autore erano sfuggite all’attenzione? Addirittura, le tasse, clamoroso buco coperto poi con i cosiddetti “accordi” (sic!) con le WebSoft, che hanno portato al varo della ‘Global minimun tax’4.

In sostanza a chi tocca indicare la ‘direzione’ dell’innovazione?

“Il problema fondamentale della sfera istituzionale e degli operatori pubblici è immaginare ex ante nuovi cicli tecnologici perché creino lavoro anziché distruggerlo”, scrive ancora la d.ssa Pennacchi. Un passaggio cruciale che va al cuore del problema. Per quanto mi riguarda credo che decisioni di questa portata non debbano spettare ad un solo attore, pubblico o privato che sia, ma dovrebbero essere frutto di un confronto serio e costruttivo tra tutte le diverse entità in gioco.

C’è un prima, un durante e un dopo; a monte si convengono le regole, in mezzo i protagonisti si confrontano nel mercato, a valle si registrano i risultati; poi il giro ricomincia. In un mondo rispettoso delle regole della democrazia sarebbe opportuno che fossero gli Stati a tracciare la rotta a salvaguardia dell’interesse generale, tratteggiando le linee guida (le direzioni di marcia), a disegnare piani industriali, ad elaborare programmi attuativi, a sostenere economicamente e finanziariamente alcune fasi di ricerca e sviluppo, a sorreggere in quota parte la ‘domanda’ iniziale e a fissare le norme di tutela della concorrenza, dei lavoratori e dei fruitori finali e, cosa non secondaria, a preventivare le conseguenti esternalità negative, impostando piani di sostegno e concerto e con il concorso, sottolineo ‘concorso’, di tutti gli attori.

Deve finire il tempo in cui le ‘scorie’ si scaricano sulle collettività. La Storia e l’esperienza hanno insegnato che gli itinerari non sono sempre lineari, visto che in alcuni casi, come questo, l’ordine viene sovvertito per mille motivi. Si creano frizioni, rincorse, correzioni, aggiustamenti e/o rotture e, da un presunto ordine, si passa al caos; poi, si trovano aggiustamenti, si cerca di migliorare, spesso si peggiora, a volte si va avanti, in altre si va indietro. È la giostra della vita. In questa fattispecie, le Corporation sono state più perspicaci, più brave, si sono avvantaggiate e hanno assunto la guida delle operazioni. È inutile recriminare; nel frattempo “il mercato, una entità impersonale, che non vive di emozioni, di disperazioni, di depressioni o di speranze, che non si arrovella in pensieri ellittici, non ha timori, osserva le forze in campo che fanno il loro corso, vede nascere nuove imprese e vede morirne altre, decretando la fine di soggetti deboli e il successo dei più bravi; il mercato, operando sull’assunto della discontinuità, crea continuamente sorprese”5.

Una sorta di selezione darwiniana, tutt’altro che naturale, che mi stimola a tornare al punto nodale: perché gli Stati sono restati a guardare? E aggiungo, come mai le organizzazioni pubbliche e private europee, e così quelle italiane, arrancano, quando in un passato non molto lontano sono state capaci di essere innovative e competitive? Domande che non sono oziose, poiché, se non si va alla radice dei problemi, non si possono assumere credibilmente responsabilità di grandissima rilevanza come quelle di ‘tracciare la rotta’. Su questo punto la storia ci viene in aiuto.

Alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, Beneduce, più precisamente in una gelida giornata di gennaio del 19336, dava vita all’IRI; successivamente Guglielmo Reiss Romoli costruiva la rete telefonica italiana, Enrico Mattei, più volte evocato, invece di liquidare l’Agip, creava l’ENI, capace di competere con le famose “sette sorelle”, la Fiat diventava una delle prime aziende automobilistiche al mondo, Giulio Natta inventava la plastica, la Olivetti immetteva sul mercato il primo elaboratore al mondo integralmente transistorizzato e, pochi anni dopo, anche il primo personal computer al mondo, sotto la guida del Prof. Ippolito, l’Italia divenne il terzo paese al mondo sul fronte dell’energia nucleare, farmaceutica e chimica italiana erano al passo con i primi e i vari Zanussi, Borghi e Merloni conquistavano il mondo, riempiendolo di elettrodomestici.

Altri tempi, erano troppo lenti rispetto ad oggi, obietterà qualche scettico, oggi l’innovazione corre molto più veloce del passato (vero in parte, vds diagramma di Fogel) e la finanziarizzazione dell’economia è il motore principale. Sì, ma, a smentire queste tesi, ci sono successi incontrovertibili che dimostrano quali passi giganteschi l’Europa sia riuscita a compiere, quando ha deciso di combinare gli sforzi (e.g. Cern, Airbus, Progetto Galileo, GSM). Una vitalità ripresa a fine 2020 con il varo del NGEU un programma strategico di grande rilevanza non solo sul piano economico, vista l’entità, ma forse ancor più, su quello finanziario e politico, con l’assunzione di un debito comunitario.

“..dell’obsolescenza del modello produttivo”, è un altro punto richiamato dalla d.ssa Pennacchi, che evidenzia il vero moloch di fronte al quale si trovano buona parte dei Paesi europei; l’Italia purtroppo è in prima fila. E già, perché sono anni, che si assiste ad un lento e inesorabile scivolamento in basso, senza che però alcuna delle forze in campo si sia preoccupata di affrontare questa deriva, per provare a cambiare verso con interventi decisi e mirati. Dopo avere celebrato sopra nostri importanti successi, dobbiamo però ricordare i “treni che abbiamo perso”7, una frase pronunciata dall’allora Rettore del Politecnico di Milano, Adriano De Maio, che ripeto come un mantra tutte le volte che scrivo su questo tipo di argomento.

Si dovrà ragionare anche sulla “contraddittorietà tra regole restrittive e esigenze di investimento e riorientamento della domanda”, argomento anch’esso contenuto nell’articolo citato a più riprese: una questione legittima e cruciale. Nel fare ammenda per ciò che non si è fatto, sarebbe opportuno che non ci si ostinasse nell’errore; serve un forte scuotimento da questo torpore intellettuale, professionale, industriale e culturale, prendendo atto che è giunto il momento non più procrastinabile di favorire lo sviluppo di un ampio dibattito nel Paese, per aprirsi ad un confronto sulle prospettive, sui progetti di cambiamento e innovazione, visto che l’Italia, se non corregge la rotta, è destinata a sparire dal novero dei paesi avanzati. Per combattere l’obsolescenza del modello produttivo e il riorientamento della domanda, occorrono piani di investimento e processi di revisione di portata adeguata alla rilevante complessità degli interventi correlati. È il ‘treno’ che passa un’altra volta, purtroppo però, forse, il PNRR ci sta sfuggendo, e non ci sono più gli oltre 200mld€ spesi per i ‘bonus110%’, che avrebbero potuto consentire di varare un programma di trasformazione digitale e IA, all’onor del mondo, indispensabile per recuperare i gap e fare il salto necessario.

Errare è umano, perseverare è diabolico.

Questa è anche l’occasione per affrontare il tema cruciale della ‘produttività del lavoro’, troppe volte evocato in forme preconcette, ma mai affrontato seriamente. Se ci si gira dall’altra parte anche questa volta, allora vorrà dire che il suicidio è una vocazione delle classi dirigenti di questo Paese. Se non siamo affetti da questa deviazione, come penso e spero, è questo il momento di attrezzarsi per sradicare l’icona totemica di una locuzione non sacrilega ma che provoca sterili contrapposizioni manichee controproducenti per il Paese.

Questa è l’occasione ideale per accogliere l’insegnamento di Acemoglu e Johnson8, che non sono né dei reazionari né dei sognatori, ma due autorevolissimi studiosi che ci invitano a riflettere su “la differenza sostanziale che esiste tra produttività media (produzione totale divisa per l’occupazione totale) e produttività marginale (il contributo aggiuntivo che porta un lavoratore in più, in termini di incremento della produzione o del numero di clienti serviti)”9. Una differenza tra le due opzioni che, all’apparenza, sembrerebbe rientrare in un dibattito tra economisti, sindacalisti, lavoratori e imprenditori, ma che invece offre una chiave di lettura per tutti, a partire dai politici, con cui comprendere cosa voglia dire contribuire a tracciare la rotta, per decidere se sia più opportuno e conveniente utilizzare i nuovi strumenti tecnologici per sostituire tout court i lavoratori, oppure per complementarne e potenziarne il lavoro. Tutto ciò fa capire che si può democratizzare l’utilizzo della leva tecnologica, rendendola lo strumento migliore sia sul piano della produttività sia sul piano dell’efficienza, a beneficio di imprese, lavoratori e collettività.

Riepilogo finale:

  • – dobbiamo accettare senza piagnistei i fatti, poiché questi sono per loro natura testardi, ripartendo, volenti o nolenti, dal punto in cui si trovano, prendendo atto del postulato della geometria attuale:
  • – le Big Tech (o MegaCap8, GAFAM o altri acronimi), grandi protagoniste del firmamento internazionale, che viaggiano con fatturati stellari e che valgono trilioni di dollari, hanno tracciato la rotta e veleggiano nella direzione da loro prescelta, come dimostrano gli utili netti del 1° trimestre 2024: Meta, 12mld$, Alphabet 23,6mld$ e Microsoft 21,9mld$;
  • – il 1890, data dello Sherman Act, in cui la politica americana ebbe la forza e la lungimiranza di regolamentare lo strapotere dei “robber baron”, da noi più prosaicamente chiamati ‘padroni delle ferriere’, è lontano e, quand’anche fosse giusto e necessario reclamarne a distanza di centotrentaquattro anni una riedizione, naturalmente molto aggiornata e contestualizzata, ci vorrebbero anni per misurare effetti di qualche significatività;
  • – nessuno è in possesso di bacchette magiche, checché raccontino politicanti e prestigiatori; per cambiare la situazione, bisogna, in primis, avere il coraggio e la forza di fare senza indugio la traversata del deserto, senza promettere miracoli e, combattendo, questo sì da subito, l’accidia, l’ignavia e ‘la tentazione del tralasciare’10, come meglio la chiama il Censis, responsabili del declino;
  • – è necessario fare una selezione di ciò che si dovrà fare prima, impegnandosi su un ristretto numero di iniziative e tenendo a mente quel che diceva Einstein “non puoi risolvere un problema con lo stesso pensiero che hai usato per crearlo”;
  • – occorre provare, se questo assunto è condiviso e se si è disposti a cambiare direzione, a definire una nuova diversa cultura dell’innovazione e del lavoro, dove ‘diverso’ vuole chiarire un rifiuto di aggettivi come ‘vecchio’ e ‘nuovo’, che distorcerebbero il ragionamento, con una semplificatrice torsione strumentale e con una inutile e fuorviante impronta di ordine scioccamente anagrafico;
  • – bisogna mettere a fattor comune intelligenze, competenze ed esperienze, di cui il Paese è ricco, smetterla con la distribuzione a pioggia delle risorse, collegare centri di eccellenza pubblici e privati, senza inventarsi nulla, ma copiando quel che è stato fatto nel passato, come già detto;
  • – servono teste e soldi; nessuno dei due ci manca, anzi;
  • – è però indispensabile ripartire mettendo al centro “l’arte e la scienza dell’organizzazione”, come insegnano il Prof. Butera e il Prof. Rebora e, al contempo, facendo squadra e ricreando lo spirito giusto per bandire metodi e pratiche che non hanno certamente giovato al Paese.

Tutto ciò in stretta collaborazione con l’UE, altrimenti è meglio che lasciamo stare.