La Rivoluzione Americana (5) – La leva fiscale. La fine del “benign neglect”.

di Mauro Lanzi

Con l’aumento del numero delle colonie, quindi anche con l’aumento della popolazione, il “benign neglect” dei primi anni era destinato a tramontare e ad essere sostituito da un più stretto controllo del potere centrale; il primo tentativo in questo senso fu compiuto dal duca di York, fratello del Re e futuro regnante col nome di Giacomo II: come capo dell’ammiragliato aveva condotto la guerra contro la Nuova Olanda, terminata la quale era divenuto Lord Proprietario di quei territori. Salito al trono dopo la morte del fratello, Giacomo II cercò di riorganizzare le colonie, annullando, come prima mossa, tutte le “Carte” e le concessioni rilasciate al formarsi delle colonie stesse; poi riunì tutte le colonie del Nord, Massachussetts, Jersey, Connecticut, New York, Delaware in un solo “Dominion”, cui pose a capo un suo vecchio compagno d’armi, Edmund Andros.

Andros, nominato Governatore del Dominion, fece tutti gli errori possibili; cominciò a proclamare la tolleranza religiosa, urtando così la suscettibilità puritana su questo argomento, avviò una politica di esazione diretta delle imposte, prima votate dalle assemblee, poi cercò anche di tassare la rendita fondiaria, infine portò un colpo mortale all’autonomia delle colonie, limitando drasticamente i poteri delle assemblee. Si possono ben comprendere le reazioni violentemente ostili dei coloni americani che esplosero in una aperta rivolta alla caduta di Giacomo II ed al successo della “Gloriosa Rivoluzione”; Andros fu imprigionato, tutte le sue disposizioni cassate, le “Carte” ripristinate, anche se i privilegi dei “Proprietari” furono drasticamente ridotti.

Il tentativo di Giacomo II, malgrado il suo fallimento, evidenziò però la necessità di una progressiva integrazione del Nuovo Mondo con la madre patria, integrazione che il sorprendente sviluppo demografico registrato nelle colonie rendeva ineludibile; la popolazione delle colonie infatti raddoppiava ogni 25 anni ed era passata dai 250.000 abitanti della fine del XVII secolo ai due milioni e cinquecentomila del 1775, pari a più di un terzo della popolazione inglese e del Galles riunite.

Le aree colonizzate costituivano ormai una linea continua che si estendeva dal Maine alla Florida, occupando sempre più vaste zone interne fino ai monti Appalachi, dove i pionieri si erano spinti per coltivare terre vergini sottratte agli indiani. La crescita della popolazione non era dovuta solo alla natalità, fattore comunque importante, ma anche all’immigrazione; alla metà del ‘700, un quinto della popolazione americana era costituito da neri, schiavi importati dall’Africa per soddisfare la fame di manodopera delle grandi piantagioni del sud, destinate alla coltivazione di tabacco, riso, indaco. Accanto a questa immigrazione forzata, ne esisteva anche una spontanea: c’era un flusso costante di immigrati inglesi, cui si aggiunsero i nuovi perseguitati politici o religiosi, come gli ugonotti francesi dopo la revoca dell’Editto di Nantes ed i giacobiti scozzesi, dopo la definitiva sconfitta degli Stuart.

Le principali fonti dell’immigrazione però furono altre due, che contribuirono alla popolazione americana con un 20% del totale a fine secolo, gli irlandesi ed i tedeschi.

Gli irlandesi che emigrarono in America in questo periodo non erano i cattolici, questo flusso emigratorio si attiverà più tardi, ma i protestanti del nord; nelle zone del nord, l’attuale Ulster, si era stabilita, su impulso del governo inglese che contava di bilanciare così la maggioranza cattolica, una vasta fascia di presbiteriani scozzesi che volevano allontanarsi dalle difficoltà economiche e dai disordini religiosi del loro paese. Purtroppo le condizioni che trovarono in Irlanda non erano migliori, i contratti di affitto terrieri erano esosi, la religione presbiteriana era discriminata, al punto che i matrimoni con rito presbiteriano non erano riconosciuti, inoltre le esportazioni verso l’Inghilterra erano state bloccate, nuocendo gravemente all’economia irlandese. Per tutti questi motivi, i nuovi arrivati, seguendo anche il richiamo di compatrioti che li avevano preceduti, decisero di trasferirsi nelle colonie americane; a fine secolo oltre 250.000 erano gli ”irlandesi” che avevano raggiunto l’America.

La seconda fonte di immigrazione furono i tedeschi provenienti dalla Renania a seguito delle devastazioni subite da questa regione tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700 ad opera degli eserciti francesi che combattevano l’impero austriaco; la promessa di naturalizzazione e l’opera di reclutamento condotta da alcuni personaggi, tra cui lo stesso William Penn, convinse molti di questi disperati ad emigrare verso il Nuovo Mondo, nella speranza di migliori condizioni di vita, giungendosi così ad un numero di immigrati tedeschi pari agli scoto-irlandesi.

L’integrazione dei nuovi arrivati non fu né rapida, né facile, l’assegnazione di terre da coltivare non era affatto automatica per i nuovi arrivati, che cadevano spesso nelle grinfie di avidi speculatori terrieri, essendo costretti così a indebitarsi, la loro “diversità” etnica o religiosa poi li portava spesso all’emarginazione, costringendoli a ritirarsi in aree periferiche, meno servite e più esposte a pericoli; si può comprendere quindi il loro risentimento nei confronti delle Autorità, tanto inglesi che locali, che sarà riassorbita col tempo da quel prodigioso “melting pot” che fu per anni o per secoli il Nord America. Comunque sia, la realtà americana a quel punto non si presentava più come un fatto marginale, da trattare con iniziative estemporanee, dettate dall’interesse contingente, ma come un fatto eclatante, che richiedeva una politica organica. Bruscamente, nel 1763, venne quindi abbandonata da parte inglese la politica del “benign neglect”, la bonaria indifferenza che aveva caratterizzato i rapporti tra madre patria e colonie per quasi due secoli.

La nascita dell’Impero

Il 1763 segnò una pietra miliare nella storia della Gran Bretagna, che con la Pace di Parigi concluse la guerra detta dei sette anni. La grande sconfitta di quella pace era stata la Francia, che in Europa si era invano dissanguata nel tentativo di neutralizzare la potenza prussiana ed in America aveva dovuto infine arrendersi all’attacco combinato di truppe inglesi e formazioni di coloni, in cui fecero le prime esperienze militari i futuri protagonisti della Rivoluzione, tra cui il colonnello George Washington.

La Pace di Parigi consegnò alla Gran Bretagna il dominio incontrastato sull’America Settentrionale, una distesa immensa di territori che andavano dal Canada sottratto ai francesi, fino alla Florida ceduta dalla Spagna in cambio del Mississippi, da cui si era ritirata la Francia, fino ai monti Appalachi ed al fiume Mississippi. Quasi senza rendersene conto, l’Inghilterra si trovò a capo dell’impero più ricco e più esteso dai tempi dell’impero romano.

Purtroppo, come spesso accade, un trionfo così ampio e completo aveva anche in sé i germi del disastro, perché costrinse le autorità inglesi a prendere misure a lungo ritardate, la cui applicazione però, alla fine, portò allo scontro con i coloni ed al collasso del potere imperiale in America.

Il primo elemento che determinò la rottura con il passato fu, come detto, il gigantesco incremento demografico, accompagnato da una rinnovata, incontenibile mobilità della popolazione: per quasi un secolo e mezzo i coloni erano rimasti confinati in una ristretta fascia costiera, profonda poche centinaia di miglia, lungo la costa atlantica, che ora non bastava più ad accogliere la popolazione in eccesso. La sconfitta dei francesi aprì a queste moltitudini irrequiete il possesso delle terre appena acquisite; decine di migliaia di coloni e la quasi totalità dei nuovi immigrati si spinsero verso i confini occidentali della Pennsylvania e della Carolina e poi anche verso nord, verso il Canada, nella sola Pennsylvania sorsero in pochi anni 29 nuovi insediamenti urbani. Tra i nomi più leggendari di questi pionieri gli americani ricordano Daniel Boone, cacciatore ed esploratore che aprì la strada agli insediamenti in Missouri e Kentucky, dove fondò anche una città. In questo modo, però, venne a frantumarsi il modello di auto amministrazione che aveva retto le colonie nel primo secolo di vita, basato sul connubio comunità ecclesiale – comunità politica, le chiese si frammentavano, perdevano la presa sulle nuove entità, i governi o le assemblee coloniali non avevano più il controllo sugli insediamenti appena creati e sui diritti di proprietà delle terre occupate.

Già questa situazione avrebbe richiesto di per sé nuove strutture e nuove regole, ma ciò che obbligò il governo britannico ad intervenire con decisione fu lo scontro con i nativi americani; nella zona della Nuova Inghilterra erano rimasti ben pochi indiani, possiamo ben immaginare perché, ma altrove la situazione era ben diversa; a sud si contavano quasi 14000 guerrieri Creek, Shawnee e Cherokee, molti di più a nord, dove dominavano i fieri guerrieri Seneca, Uroni, Irochesi. Fino a quel momento le varie tribù di frontiera avevano sfruttato le rivalità tra le potenze europee per tutelare la propria indipendenza, nel corso della guerra in Canada avevano combattuto al fianco degli uni e degli altri, principalmente dei francesi, traendo vantaggio dalla situazione di disordine che consentiva razzie e saccheggi. Con la pace era cambiato tutto, c’era una sola autorità con cui trattare, per di più disinteressata o assente, mentre la pressione dei nuovi insediamenti sottraeva ai nativi terreni e persino il primato nel commercio delle pelli, suscitando la logica reazione degli indiani, ingannati e defraudati dall’avidità dei bianchi.

A sud la guerra contro Shawnee e Cherokee durò alcuni anni e richiese, per essere conclusa, l’intervento dell’esercito inglese, a nord accadde di peggio, un capo della etnia Ottawa, di nome Pontiac, riuscì a riunire intorno a sé numerose tribù indiane (più di diecimila uomini), che sorpresero e distrussero parecchi avamposti inglesi, spingendosi poi fino in Maryland e Virginia, dove causarono la morte di oltre duemila coloni, prima di essere fermate dall’esercito.

Non desta sorpresa quindi che in questo periodo il governo inglese abbia preso una decisione che avrebbe volentieri evitato, mantenere in America un esercito permanente, di dimensioni più che doppie di quello esistente prima della guerra. Il problema era come finanziare il costo di queste truppe; la Gran Bretagna era uscita finanziariamente sfiancata dalla guerra dei Sette anni, con un debito pubblico esploso ed una pressione fiscale ormai malamente tollerata dai contribuenti inglesi; d’altro canto, ci si chiedeva, se le truppe servivano alla protezione delle colonie, perché non farne pagare l’onere ai beneficiari, cioè i coloni?

La leva fiscale

L’applicazione di nuove imposte non è mai stata accolta con favore dai popoli, reazioni o addirittura rivolte contro l’esosità del fisco sono storia comune in tutti i paesi ed in tutti i tempi; in nessun caso però queste reazioni sono sfociate in una rivoluzione, in nessun caso hanno dato origine ad un nuovo ordinamento sociale o addirittura ad una nuova nazione come nel caso delle colonie americane; vediamo allora quali furono le nuove imposte promulgate dal Governo inglese, le forme e le giustificazioni delle reazioni dei coloni, l’esito inatteso da tutti dello scontro.

Negli anni che precedettero la fine della guerra dei sette anni, le colonie americane avevano beneficiato di un periodo di grande sviluppo economico, anche per il parallelo incremento demografico inglese; storicamente la popolazione del Regno non aveva mai superato i cinque milioni di anime, dai tempi dei romani; ma già nel 1750 si erano superati i sei milioni e mezzo, a fine secolo si arriverà a nove milioni e mezzo. La nazione, tradizionalmente autosufficiente da un punto di vista alimentare, era divenuta quindi deficitaria per il proprio sostentamento ed aveva fatto ricorso sempre più largamente alle importazioni dall’America; i farmers americani ne avevano logicamente beneficiato, raggiungendo livelli di benessere mai conosciuti prima, grazie anche ad un regime fiscale assai benevolo, in pratica si pagavano solo i dazi e le imposte locali.

Nel 1760 era salito al trono in Inghilterra il terzo regnante della casata Hannover, Giorgio III, un giovane di soli venti anni, impreparato ed inesperto, ma impaziente e deciso ad esercitare un potere personale sulla politica, senza troppo preoccuparsi degli umori del Parlamento, senza curarsi di quella costituzione non scritta, il “custom”, la consuetudine, che ha sempre retto la vita politica inglese; così nei decenni critici che seguirono la sua ascesa al trono, per le difficili situazioni da affrontare, ma anche per assecondare gli umori del sovrano, si succedettero al governo personaggi diversi, novità per la politica inglese, che attuarono politiche confuse e contraddittorie e che portarono infine alla crisi dell’impero.

La situazione più spinosa era quella che si era determinata nelle colonie americane; come prima mossa, nel tentativo di dare una parvenza di organizzazione al Nuovo Mondo, si creò, sia pure tardivamente, nel 1774, in seno al governo un “American Department”; poi i nuovi possedimenti furono suddivisi in tre amministrazioni, East Florida, West Florida e Quebec, cui fu concesso di mantenere la lingua e la legislazione francese e di praticare la religione cattolica; infine, si stabilì che la regione al di là dei monti Appalachi dovesse restare riserva indiana. Le misure in sé non erano sbagliate, ma non tenevano conto della realtà che si era già creata, molti pionieri, come Daniel Boone, si erano stabiliti al di là dei Monti Appalachi, altri in Canada.

I provvedimenti che portarono alla prima rottura, però, furono altri, cioè quelli in materia fiscale, dettati da pure esigenze di cassa.  Si cominciò con un “Sugar Act”, che imponeva dazi aggiuntivi su tessuti, zucchero, indaco, caffè e melassa importati; già queste misure crearono malcontento nelle colonie, in campo economico, ma il provvedimento che causò la prima grande esplosione di risentimento fu lo “Stamp Act”; deliberato nel marzo 1765, imponeva una tassa sui documenti legali, gli almanacchi, i giornali, pressoché tutti i tipi di carta usata nelle colonie. Già lo Sugar Act, che colpiva direttamente l’industria del rum e imponeva una nuova regolamentazione commerciale assai oppressiva per gli americani, aveva destato petizioni e proteste, ma fu lo Stamp Act a suscitare un incendio che divampò in tutte le colonie con sorprendente violenza.  La tassa infatti aveva, oltre all’incidenza economica, un aspetto emblematico, colpiva tutti i poteri legislativi e le libertà di espressione e circolazione del pensiero; ci fu un torrente di proteste, iniziò il boicottaggio delle merci inglesi, le assemblee coloniali contestarono il diritto del governo inglese di imporre tasse senza il consenso dei rappresentanti eletti. Questa contestazione toccava una piaga purulenta, perché nessuno poteva dire quanto rappresentativo fosse il Parlamento inglese, non solo nei confronti dei coloni che non vi erano affatto rappresentati, ma anche nei confronti della stessa realtà inglese, dove le nuove grandi città come Manchester e Liverpool non eleggevano nessun deputato, a favore dei “rotten boroughs”, su cui si reggeva la cricca al potere.

Del malcontento generale si fece portavoce un avvocato, membro della House of Burgess cioè il parlamento della Virginia, Patrick Henry, che in un discorso tenuto di fronte a questa assemblea non si limitò a proporre una petizione che respingeva la tassa (Virginia Stamp Act Resolution), ma nel concludere la sua infuocata allocuzione pronunciò parole destinate ad incendiare il popolo.

“Cesare ha avuto il suo Bruto, Carlo I il suo Cromwell e Giorgio III dovrebbe trarre insegnamenti da queste vicende” Grida: Tradimento, tradimento. “Se questo è tradimento, se ne tragga il maggior vantaggio possibile” (Testualmente: “If this be treason, make the most of it”).

Era un chiaro invito alla disobbedienza ed alla rivolta e per questo Henry fu tacciato di tradimento, ma furono proprio le sue parole ad innescare l’esplosione di violenza che, alla fine, risolse la questione dello Stamp Act; i coloni assalirono e distrussero gli uffici delle dogane e gli uffici del bollo, bruciarono le immagini dei funzionari regi, obbligarono funzionari e giudici a continuare il loro lavoro senza bolli: nel febbraio 1766 il governo inglese si decise infine ad abrogare l’odiata tassa, aggiungendo però una nota (Declaratory Act) che affermava che il Parlamento inglese aveva il diritto di legiferare sulle colonie in qualunque caso e su qualunque argomento; si ribadiva quindi l’estensione alle colonie di una rappresentatività già sentita come inadeguata in patria. La riforma del sistema elettorale inglese, benché reclamata a gran voce da più parti, tarderà fino al 1832, mentre si diffondeva la tesi di Edmund Burke della rappresentanza virtuale dei deputati anche nei confronti di chi non aveva partecipato alle elezioni, tesi vivacemente contestata dalle colonie.

Visto il rifiuto dei coloni di accettare una tassa diretta come lo Stamp Act il governo inglese pensò di tornare alla tassazione indiretta, con l’inasprimento dei dazi su vetro, carta e tè importati (Townshed Act); inoltre, siccome il gettito previsto era insufficiente a coprire le spese dell’esercito, si ridusse l’entità del contingente e si trasferirono le truppe rimanenti sulla costa, dove la popolazione avrebbe dovuto provvedere all’alloggio e all’approvvigionamento dei soldati.

La crisi dello Stamp Act aveva prodotto strascichi inattesi; i coloni si erano resi conto che compattandosi intorno a determinati obiettivi, potevano ottenere risultati concreti nei confronti del governo inglese; non solo, si era aperto un vasto dibattito circa la liceità di una tassazione priva del consenso legale delle assemblee. In questo contesto le nuove misure ebbero conseguenze esplosive; iniziò un serrato boicottaggio delle merci inglesi, che creò danni superiori alle entrate; inoltre, nel febbraio  1768 la Camera dei Rappresentanti del Massachussetts inviò alle altre assemblee una lettera circolare che denunciava i dazi di Townshend come violazione del principio “costituzionale”, “nessuna tassazione senza rappresentanza”; il ministro per l’American Department ordinò alla Camera di ritirare la lettera, ma questa si rifiutò con 92 voti contro 17 ed il Governatore allora ne decretò lo scioglimento. Il numero 92 come il motto ”no taxation without representation”  sono entrati nel simbologia della Rivoluzione. Ancora una volta il danno per il boicottaggio delle importazioni si dimostrò ben superiore al reddito dei dazi, per cui nel 1770, dopo l’ennesimo cambio di governo voluto dal Re, il nuovo premier, lord North, abolì i dazi di Townshend, ad eccezione di quello sul tè.

I rapporti con le colonie, però, si erano definitivamente inveleniti, da più parti si parlava sommessamente di indipendenza, bastò poco a far deflagrare l’esplosione. L’occasione per il confronto fu il “Tea Act”, con cui si concedeva alla Compagnia per le Indie Orientali il monopolio del commercio del tè, azzerando i dazi sulle sue importazioni. Questa misura rendeva vano il boicottaggio del tè inglese fino allora praticato e tagliava le gambe al fiorente contrabbando americano; inoltre la Compagnia poteva concedere l’esclusiva per la distribuzione del tè a certi mercanti coloniali (evidentemente ben introdotti); proprio questo ultimo aspetto determinò la reazione degli esclusi che impedirono lo sbarco delle balle di tè dalle navi. Il governatore Hutchinson, che era direttamente interessato alla vicenda, perché la sua famiglia era tra i distributori prescelti, reagì rifiutando di far partire le navi prima che avessero sbarcato il tè.

Si avvicinava la resa dei conti.