La Rivoluzione Americana (8) – Nascita di una nazione

di Mauro Lanzi

La Guerra Civile.

Tutti gli stati moderni sono nati dal sangue e dalla guerra, spesso una guerra civile, ispirata da motivi religiosi, sociali oppure puramente politici, comunque guerra civile; gli Stati Uniti non potevano sottrarsi a questa regola.

La costruzione di uno stato unitario era lungi dal potersi dire conclusa alla fine della guerra d’indipendenza ed anche dopo le prime presidenze;

il tentativo più convinto di creazione di un’unità nazionale era stato condotto da un giovane ministro del Tesoro, Alexander Hamilton, il quale, con il consolidamento del debito pubblico, la fondazione di una banca centrale, la creazione di un esercito ed una marina nazionali, l’istituzione di una burocrazia amministrativa e con una serie di misure protezionistiche dirette a favorire lo sviluppo di un’industria autoctona aveva avviato il processo di crescita della nazione.

Hamilton fu anche il fondatore di un partito Federalista, che fu rapidamente travolto dal movimento antifederalista, molto forte all’epoca, il cui principale esponente fu il terzo presidente, Thomas Jefferson;

ricco possidente terriero e proprietario di schiavi, Jefferson era  espressione quindi dell’ideologia “country” che considerava gli Stati Uniti una confederazione di stati non strettamente vincolati da un governo centrale, cui potevano liberamente aggregarsi nuovi territori, tanto ognuno provvedeva a sé;
Jefferson, divenuto presidente, non impiegò molto a smantellare la costruzione di Hamilton, fondando anche un partito, concretamente antifederalista, il Partito Democratico-Repubblicano, che reggerà il paese per i decenni successivi senza incontrare una reale opposizione, vista la sostanziale scomparsa del partito federalista.

La prima frattura si ebbe nel 1829, quando i sostenitori del settimo presidente degli Stati Uniti Andrew Jackson si organizzarono, per la sua elezione, in una nuova formazione politica, il Partito Democratico;

nasce in embrione il dualismo democratici – repubblicani, che domina, ancora oggi, la scena politica americana, con una importante notazione:

noi siamo abituati ad identificare il partito repubblicano con un movimento conservatore, ispirato alla difesa dei valori tradizionali, mentre i democratici seguirebbero orientamenti più “liberal”, di rottura con il passato.

Non era così agli inizi, il Partito Democratico, che dopo Jackson governò il Paese fino al 1860, era l’espressione dell’alleanza tra la grande proprietà terriera del sud ed i nuovi possidenti dell’ovest, insediatisi sui territori espropriati ai nativi,
quindi un movimento tipicamente conservatore, contrario al prevalere di un governo centrale sugli interessi settoriali dei “farmers”.

Due decenni di governo della destra rianimarono le frange liberal della politica americana, il cosiddetto movimento “whig”, che trovò infine la sua espressione in un rinnovato Partito Repubblicano, nato ufficialmente nel 1854, da una scissione dei democratici;
in questo movimento confluivano il disagio morale di larghi strati della popolazione,

soprattutto al nord, nei confronti di fenomeni, quali lo schiavismo, tanto distanti dagli ideali fondanti degli Stati Uniti, l’aperta adesione all’anti schiavismo delle principali chiese riformate americane, ma anche i divergenti interessi economici della finanza e della nascente industria del nord.

Fu proprio questo partito, che oggi definiremmo orientato a sinistra, che portò alla presidenza nel 1860 Abraham Lincoln e quindi condusse il paese alla guerra civile.

Guerra civile, dunque, ma perché? Le ragioni della guerra civile americana furono complesse e sono tuttora oggetto di dibattito, dibattito che è stato ulteriormente complicato dall’intento di alcuni storici, volto a ridimensionare, nelle motivazioni della secessione,
il ruolo della lotta di principio allo schiavismo per dare maggior enfasi agli aspetti legati a un conflitto di economie, differenti tra nord e sud della nazione.

Malgrado che nessuna delle due parti abbia mai addotto un conflitto di interessi tra le cause della guerra, è fuori di dubbio che tra il 1800 e il 1860 le differenze tra economia, struttura sociale, usi, valori politici e morali del Nord e del Sud si ampliarono, divenendo pressoché inconciliabili.

Se il Nord industrializzato, prospero e urbanizzato volgeva verso l’abolizione della schiavitù, il Sud basava la propria economia sull’agricoltura (in particolar modo sulla produzione di cotone) e quindi sull’uso degli schiavi, il cui impiego era sempre più diffuso anche nei territori colonizzati da poco tempo (dall’Alabama al Texas).

Il timore di rivolte degli schiavi, inoltre, creò negli Stati del sud un sempre più diffuso clima di diffidenza, se non di aperta ostilità, verso la propaganda abolizionista; era proprio l’esistenza di un’idea abolizionista che i sudisti non potevano accettare.

I politici del sud iniziarono, quindi, ad accusare il nord di abbandonare i veri valori repubblicani dei padri fondatori, molti dei quali (come ad esempio George Washington, Thomas Jefferson e James Madison) avevano avuto schiavi al proprio servizio.

Sull’altro versante, negli stati del nord, l’industrializzazione aveva comportato una forte crescita, oltre che economica, demografica, provocata sia dal fatto che la stragrande maggioranza dei nuovi immigrati provenienti dall’Europa decisero di stabilirsi nelle grandi città del nord (circa l’85%),

sia dalla migrazione di cittadini americani del sud; lo schiavismo non era quindi né necessario, né utile per procurare la forza di lavoro in una economia evoluta.

A questo quadro, già per sé complesso, si aggiunse infine l’aspetto del protezionismo; gli stati del Sud, che facevano ampio ricorso agli schiavi come manodopera a basso costo, avevano scarsi incentivi a meccanizzare la loro produzione, mentre sostenevano il diritto di vendere il cotone e acquistare manufatti da qualsiasi nazione. al miglior prezzo.

Gli stati del Nord, che avevano fortemente investito nel nascente settore industriale, non erano in grado di competere a pieno titolo con i manufatti delle più avanzate industrie europee e con il cotone a basso costo proveniente dal Sud.
In conseguenza, il Nord era favorevole ad un sistema economico di tipo protezionistico, mentre i proprietari delle piantagioni del Sud erano fautori del libero scambio.

Corollario di queste divergenze, fu, inevitabilmente una diversa interpretazione dei diritti degli stati. Il Sud sosteneva il diritto di ogni stato di ottenere la secessione, lasciando l’Unione in qualsiasi momento, in quanto la Costituzione altro non era che un accordo tra liberi stati.

I nordisti respinsero sempre questa visione in quanto la consideravano in contrasto con la volontà dei padri fondatori, che avevano voluto la creazione di una unione perpetua.

Generalmente la secessione degli stati del sud si fa coincidere con la presidenza di Lincoln, ma in realtà la spinta secessionista si era manifestata già prima, nel corso della campagna elettorale, malgrado Lincoln avesse assunto una posizione moderata sull’argomento più scottante, lo schiavismo, cioè nessuna estensione dello schiavismo ai nuovi territori, ma anche nessuna abolizione forzata dello schiavismo negli stati del sud.

Nonostante ciò, ancora prima dell’insediamento di Lincoln, 15 stati schiavisti, la cui economia si basava sulla coltivazione di riso, tabacco e soprattutto cotone e necessitavano quindi di manodopera a basso costo, si riunirono in una “Confederazione”, proclamando la secessione dall’Unione.

Lincoln fece ogni possibile tentativo per scongiurare la rottura; nel suo discorso di insediamento giunse a dichiarare:

non ho alcuno scopo, direttamente o indirettamente, di interferire con l’istituzione della schiavitù negli Stati in cui essa già esiste. Credo di non avere alcun diritto legale di farlo e non ho neppure alcuna inclinazione a farlo”.

Tutto inutile, nessun compromesso venne accettato, la frattura tra i due mondi, per le ragioni già viste, era ormai troppo profonda.

Con la creazione della Confederazione tutti i presidi militari che si trovavano nel Sud passarono più o meno spontaneamente dalla parte dei confederati, con poche eccezioni, tra cui Fort Sumter.

Posto ai confini della Carolina, in prossimità della città di Charleston, Fort  Sumter era un piccolo presidio, dichiaratamente unionista; quindi rifiutò più volte l’ingiunzione di arrendersi da parte dello stato della Carolina, uno dei primi a proclamare la secessione.

Il governo di Washington tentò a più riprese di rifornire il forte, ma i convogli di navi furono respinti dall’artiglieria sudista; così, quando la fortezza fu investita dalle truppe della Carolina, i difensori furono rapidamente costretti ad arrendersi, avendo esaurito le munizioni.

La battaglia di Fort Sumter non fu in realtà che una modesta scaramuccia, senza perdite da entrambe le parti, ma fu il “casus belli” che dette ufficialmente l’avvio alla guerra civile12 Aprile 1861.

Se guardiamo ai numeri, non ci sarebbe dovuto esserci neppure un confronto; l’Unione, cioè gli Stati del Nord, contava con 22 milioni di abitanti, contro i nove milioni della Confederazione, di cui 3,5 neri.

L’Unione poi fu in grado di mobilitare, tra il 1861 ed il 1865 2,7 milioni di coscritti, con una importante frangia di negri affrancati o fuggiti dal sud. La Confederazione non superò i 750.00 soldati sotto le armi.

Ancora più significativo è il confronto tra le infrastrutture; all’inizio del conflitto il Nord contava con 36000 km di ferrovie e oltre 100.000 stabilimenti o insediamenti industriali, contro, rispettivamente, 13.000 km di ferrovie e 10.000 stabilimenti al Sud.

Senza possibilità di confronto la presenza sui mari, completamente dominata dalle flotte del Nord, aspetto destinato ad avere conseguenze importanti, anche di carattere strategico;

il Nord poteva importare liberamente dall’Europa armamenti, munizioni e tecnologie militari; giunsero così agli eserciti unionisti le prime mitragliatrici Gatling, si iniziò la produzione di fucili a canna rigata, anche dei primi fucili a ripetizione.

I Confederati, viceversa, soffrirono nel corso del conflitto di una crescente carenza di munizioni ed armamenti, che non poteva essere colmata dall’insufficiente infrastruttura industriale, alla fine si videro costretti ad impiegare fucili e cannoni dell’età napoleonica.

Eppure, malgrado l’evidente disparità di uomini e risorse, il conflitto durò quattro anni, gli scontri furono assai duri, si contarono alla fine poco meno di un milione di caduti, di cui 360-380 mila tra gli unionisti, il resto al Sud;

nella guerra civile gli Stati Uniti ebbero più perdite che in tutte le altre guerre da loro combattute, più del doppio dei caduti nelle due guerre mondiali; una strage senza fine!!

I motivi di questo bagno di sangue sono molteplici; le guerre civili sono sempre i conflitti più aspri di tutti, spesso combattuti con vera ferocia; basti ricordare, in tempi più recenti, la guerra civile spagnola;

in secondo luogo, in questo conflitto fecero la loro comparsa alcune delle tattiche che verranno ampiamente utilizzate nella prima guerra mondiale, vale a dire trincee, intensa copertura del fuoco di artiglieria, fuoco di fila di fucileria,

persino le prime mitragliatrici, tutto questo mentre le strategie militari erano ancora imbevute dei concetti napoleonici di coraggio, slancio, attacco frontale.

Questi ultimi aspetti favorirono in generale il Sud, la strategia dei confederati infatti era sostanzialmente difensiva, nessuno pensava di invadere gli stati del nord, l’obiettivo militare era logorare i nordisti, per convincerli ad accettare la secessione.

Al contrario, gli unionisti dovevano fisicamente occupare il Sud, per stroncare la secessione e, come noto, l’attacco richiede sempre sforzi maggiori e una migliore abilità tattica della difesa, oltre ad essere più dispendioso, in termini di vite umane.

I motivi delle difficoltà del Nord e quindi le ripetute sconfitte nella fase iniziale della guerra, malgrado la sua palese superiorità numerica ed economica, vanno ricercati innanzitutto nella migliore attitudine militare dei sudisti;

la società del sud era assai più aristocratica e militarista di quella del nord. Proprio a causa della minore industrializzazione, gran parte della popolazione di Dixieland era impegnata nell’agricoltura.

I grandi proprietari e i piccoli agricoltori erano abituati, già nella vita civile, a utilizzare armi e a spostarsi a cavallo (ad esempio, per la caccia). Inoltre, le famiglie dei grandi piantatori (soprattutto della Virginia) erano sempre state uno dei maggiori bacini di reclutamento per gli ufficiali.

La recente campagna contro il Messico, inoltre, era stata condotta quasi per intero da truppe del Sud, anche i veterani di quegli scontri si erano tutti stabiliti al sud, dove era rimasto anche buona parte dell’armamento pesante, l’artiglieria ad esempio;

i Confederati, quindi, poterono fare affidamento su di una preparazione militare assolutamente superiore, almeno per tutta la prima metà del conflitto.

Complessivamente, l’Unione impiegò un tempo considerevole per dispiegare la sua superiorità, migliorare le sue tecniche di combattimento ed adeguare i quadri di comando dell’esercito:

è significativo il fatto che l’esercito confederato abbia mantenuto lo stesso comandante, Robert Edward Lee, praticamente dall’inizio alla fine del conflitto, mentre i comandanti unionisti cambiarono più volte, solo dopo Gettysburg si riuscì a trovare un generale all’altezza della situazione, Ulysses Grant.    L’insieme di tutti questi fattori spiega la durata del conflitto ed anche gli insuccessi iniziali dell’Unione.

La battaglia di Bull Run, ma soprattutto lo scontro di Chancellorsville (maggio 1863) furono due cocenti sconfitte per i nordisti, soprattutto la seconda dove il generale confederato Lee ebbe la meglio, grazie ad una manovra molto audace e rischiosa, su di un contingente di forza doppia del nemico.

Proprio in conseguenza di questa vittoria, Lee si guadagnò fama di invincibilità in campo aperto e si convinse, lui stesso, di essere imbattibile; decise quindi di abbandonare la prudente strategia difensiva seguita fino allora e di tentare un’invasione del Nord.

Una mossa simile, nella sua mente, avrebbe sconvolto i piani federali per la campagna estiva, avrebbe potuto alleviare la situazione della guarnigione confederata sotto assedio a Vicksburg e avrebbe permesso alla Confederazione di sopravvivere grazie alle ricche fattorie del Nord.

Inoltre l’armata di Lee, forte di 80.000 uomini, avrebbe minacciato le grandi città unioniste, Filadelfia, Baltimora, e Washington e dato voce al crescente movimento pacifista del Nord.

Obiettivi forse troppo ambiziosi: il 1° Luglio 1863 Lee si scontrò a Gettysburg con l’armata unionista del generale Meade; contrariamente alle attese di Lee, le inesperte reclute nordiste ressero l’urto, consentendo ai rinforzi che via via sopraggiungevano di avvolgere il nemico, minacciandolo sui fianchi; dopo ripetuti assalti, al quarto giorno di combattimenti, per salvare il suo esercito, Lee dovette decidere per la ritirata, dopo aver lasciato sul campo più di 20.000 uomini.

La battaglia di Gettysburg segnò il momento decisivo della guerra, vanificò le grandi speranze di Lee e del presidente confederato Jefferson Davis, mentre rafforzò la determinazione di Abraham Lincoln e degli stati dell’Unione a continuare il conflitto fino alla totale sottomissione degli stati secessionisti;

le proposte di pace negoziata avanzate dal Sud dopo Gettysburg vennero sistematicamente respinte, ormai si cercava solo una resa incondizionata.

Gettysburg viene ricordata anche per un’altra pietra miliare della storia americana, il discorso pronunziato da Lincoln il 19 Novembre in occasione dell’inaugurazione del cimitero di guerra di questa località: il significato politico di questo discorso merita tutta la nostra attenzione.

«Or sono ottantasette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali.

Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione, così concepita e così votata, possa a lungo perdurare.

Noi ci siamo raccolti su di un gran campo di battaglia di quella guerra.

Noi siamo venuti a destinare una parte di quel campo a luogo di ultimo riposo per coloro che qui dettero la loro vita, perché quella nazione potesse vivere.

È del tutto giusto e appropriato che noi compiamo quest’atto.

Ma, in un senso più ampio, noi non possiamo inaugurare, non possiamo consacrare, non possiamo santificare questo suolo.

I coraggiosi uomini, vivi e morti, che qui combatterono, lo hanno consacrato, ben al di là del nostro piccolo potere di aggiungere o portar via alcunché. Il mondo noterà appena, né a lungo ricorderà ciò che qui diciamo, ma mai potrà dimenticare ciò che essi qui fecero.

Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono. Sta piuttosto a noi il votarci qui al grande compito che ci è dinnanzi:

che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano;

che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra.»

Un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, quale migliore definizione per una democrazia?

Ma bisognava ancora vincere una guerra.