La rubite

di Vincenzo Rampolla

Cronaca dell’anno 2037. Da un rapporto del Centro Locale di Polizia e Sicurezza Ambientali delle Comunità Montane dell’Appennino tosco-emiliano.

Un’imponente insegna vieta l’accesso al campo.

L’inconfondibile alternarsi di paletti gialli e rossi dipinti con vernice fluorescente, intervallati a breve distanza l’uno dall’altro, segnala il deposito di rubite, protetto da una recinzione di filo spinato.

In ogni centro abitato esistono aree destinate a tali ammassi, situate a non meno di tremila metri dalle zone abitate e gestite dal Presidio Regionale di Salute e Polizia Ambientale. I primi ritrovamenti di rubite risalgono agli inizi del terzo millennio con segnalazione della sostanza nei campi di graminacee ai bordi di strade e autostrade e in prossimità di installazioni di tralicci di alta tensione.

D’inverno vi pascolano greggi di pecore e i campi sono in genere costeggiati da corsi d’acqua, trascinano scarichi di atrazina e di ossido di mercurio riversati dalle industrie delle valli circostanti.

Da sempre gli automobilisti in transito gettano rifiuti di ogni tipo sul ciglio dei campi e di notte furgoni abusivi versano residui tossici. Il pattume accumulato durante gli ultimi 50 anni, rimestato al terreno dei campi, è stato assorbito dal sottosuolo entrando nel ciclo della semina.

Oltre all’infiltrazione in profondità nelle falde acquifere, nel sottosuolo si sono creati strati impermeabili di mucillaggine, reali barriere a concentrazione variabile che impediscono l’assorbimento delle acque piovane e riportano continuamente all’aria residui organici decomposti e chimicamente attivi.

Sulla superficie dei terreni si è sviluppato un humus putrescente su cui ossido di carbonio, fertilizzanti naturali, radioattività dell’aria e campi magnetici emessi dall’alta tensione dei tralicci hanno indotto una mutazione biologica. L’humus si assottiglia ciclicamente, scompare ricoperto dalla terra e riaffiora nel tempo, favorito dallo sterco degli ovini e dalle piogge acide.

Nascono nuove entità biochimiche, all’apparenza simili a sassi, non commestibili per nessun essere vivente. Di colore biancastro e di forma irregolare, poco pesanti e simili a tuberi, a prima vista il loro aspetto richiama quello di funghi selvatici o della manna.

Si sviluppano due volte all’anno in occasione degli equinozi; il fenomeno avviene spontaneamente, per gemmazione.

Si deve ai nomadi il nome rubite, dato per primi a questa sostanza sconosciuta; posta sul fuoco assume infatti una colorazione rossastra, senza mai alterarsi.

A contatto della pelle e dei tessuti organici provoca escrescenze turgide, che si aprono da sole in piaghe purulente; non esiste un farmaco in grado di rimarginare tali ulcere, tuttora all’assiduo studio dei ricercatori.

A prima vista non nociva, viene confusa per alimento dagli animali che, dopo averla ingerita, perdono progressivamente di peso e dimensione, fino a subire a loro volta una trasformazione in frammenti di diversa forma, caratteristica a seconda dell’animale di provenienza.

La rubite è debolmente corrosa dallo iodio di salgemma. È solubile solo in una miscela di orina e altri composti che portati a ebollizione danno luogo a un prodotto pastoso, grasso e maleodorante, con caratteristiche altamente caustiche. Ingerita o iniettata allo stato liquido in cavie animali determina la disidratazione e la dissoluzione lenta e incontrollabile dei tessuti organici e la contemporanea riduzione del corpo in tipiche ostie di rubite.

Se ingerita dall’uomo, ne assorbe gradualmente l’intestino e lo porta senza vistosi sintomi né dolori al deperimento organico, oltre che all’alterazione finale in rubite dall’inconfondibile forma di uovo sodo, privo di guscio e gelatinoso. A contatto con prodotti alimentari produce effetti solo dopo molto tempo, riducendoli in uno stato di liofilizzazione naturale, simile a quello ottenuto dopo l’immersione di alimenti in un bagno di aria liquida, a temperatura molto bassa.

Non è stato ancora messo a punto un rimedio per controllare l’inarrestabile proliferazione della rubite. Viene accumulata in speciali depositi chiusi da lastre rocciose, indispensabili per evitarne la fermentazione dovuta agli sbalzi quotidiani di temperatura. Tale lievitazione altera la natura chimica della sostanza, ne scurisce il colore e genera esalazioni nauseabonde e dannose (classe NSAS3, liquame attivo tossico non solubile).

Ogni deposito di rubite nel tempo si trasforma in un cimitero naturale, una distesa di scorie bianche destinata ad aumentare continuamente e tra cui vagano cani e gatti randagi e topi attratti dall’acre odore che emana.

La rubite non è classificabile nel regno animale né in quello vegetale o minerale pur essendo dotata di vita e riproduzione autonoma. È un composto di transizione, con identità non registrabile tra le categorie conosciute, tipico prodotto generato in un non-luogo, per l’accumulo casuale di una miscela di scorie prodotte dall’uomo, con l’intervento catalizzatore dei campi elettromagnetici, della temperatura e della radioattività naturale e specifici enzimi tuttora di natura ignota.

La rubite è catalogata tra le sostanze di classe [LLL], ovvero sostanze viventi letali. La sua inalterabilità, il suo potere distruttivo e la sua apparente innocuità ne fanno il simbolo dell’irreversibile processo di autodistruzione degli esseri viventi. Solo dopo essere stata esposta a radiazioni nucleari artificiali la rubite può essere ridotta in polvere; in particolare, trattata con neutroni di bassa energia, assume la forma di una polvere rosa dagli straordinari effetti allucinogeni.

L’ingestione di capsule di polvere di rubite provoca il rapido dissolvimento del corpo umano e la sua riduzione a una massa di cenere bianchissima e inerte. È allo studio l’utilizzo della polvere di rubite nel processo di cremazione, come soluzione alla crescente espansione delle aree occupate dai cimiteri. Grazie agli indiscussi effetti pratici e economici viene adottata dal Ministero della Salute Pubblica per il Controllo Locale dell’eutanasia e nei casi di pandemia da agenti tossici o virali.