L’Uomo è un’invenzione recente

di Achille De Tommaso

 

L’affermazione di Michel Foucault “L’Uomo è un’invenzione recente”, tratta dalla sua opera “Le parole e le cose” (1966), rappresenta un punto di svolta nella riflessione filosofica sul concetto di umanità. Questa tesi, apparentemente controintuitiva, merita analisi, specialmente alla luce degli sviluppi contemporanei nell’ambito della fisica e dell’intelligenza artificiale.

Foucault sostiene che la nozione di “Uomo”, come la intendiamo oggi, sia il prodotto di specifiche condizioni storiche e epistemologiche emerse nell’età moderna. Attraverso il metodo dell’archeologia del sapere, egli dimostra come ogni epoca storica sia caratterizzata da un’episteme, ovvero un sistema di condizioni che definiscono ciò che può essere conosciuto e come.

L’episteme moderna, iniziata intorno al XVI secolo, ha posto l’uomo al centro del discorso scientifico e filosofico, una posizione che non occupava in epoche precedenti. Questa centralità dell’uomo non è, secondo Foucault, una costante antropologica, ma una costruzione discorsiva.

Prima della modernità, il sapere era organizzato attorno a principi diversi: Dio, l’Ordine Cosmico, la Natura.

La riflessione di Michel Foucault sull’uomo come “invenzione recente” offre quindi un prisma attraverso cui esaminare non solo la storia del pensiero, ma anche gli sviluppi scientifici e geopolitici contemporanei.

Rivisitare questa tesi alla luce della meccanica quantistica e delle guerre moderne può rivelare nuove sfaccettature della nostra comprensione dell’umano e del suo posto nel mondo. Foucault sostiene che il concetto di “Uomo” come lo intendiamo oggi sia emerso in un preciso momento storico, l’età moderna, come risultato di specifiche configurazioni del sapere e del potere.

Questa visione sfida l’idea di una natura umana immutabile, suggerendo invece che la nostra autocomprensione sia profondamente influenzata dal contesto epistemico in cui siamo immersi.

La meccanica quantistica, d’altra parte, con i suoi principi di indeterminazione, sovrapposizione degli stati e entanglement, sembra offrire un parallelo scientifico a questa destabilizzazione dell’umano.

Se a livello subatomico la realtà si rivela probabilistica anziché deterministica, e se l’osservatore non può essere separato dal fenomeno osservato, allora il soggetto cartesiano – razionale, autonomo e distaccato – vacilla anche sul piano della fisica fondamentale. L’indeterminazione quantistica mina, infatti, l’idea di una causalità lineare e di un soggetto pienamente padrone delle proprie azioni.

La sovrapposizione degli stati quantici può essere vista come una metafora della molteplicità e fluidità dell’identità umana, che Foucault ha esplorato in altri suoi lavori. L’entanglement quantistico, dove particelle distanti possono essere correlate istantaneamente, sfida le nozioni classiche di località e separabilità, suggerendo un mondo di interconnessioni che trascende i confini dell’individuo fisico.

In questo quadro, l’essere umano appare sempre più come un nodo in una rete complessa di relazioni, piuttosto che come un’entità discreta e autosufficiente.

Le guerre moderne offrono un altro angolo di osservazione su questa “invenzione” chiamata Uomo. Se i conflitti del passato erano caratterizzati da scontri diretti tra masse di individui, le guerre contemporanee sono sempre più “asimmetriche”, “ibride” o addirittura “virtuali”.

Il campo di battaglia si è esteso al cyberspazio, dove hacker e algoritmi si confrontano in una dimensione immateriale. In questo contesto, il “soldato” tradizionale cede il passo a figure più ambigue: analisti di dati, esperti di guerra psicologica e di intelligence, operatori di droni che colpiscono obiettivi a migliaia di chilometri di distanza.

La distinzione tra civili e militari, tra fronte e retrovie, si fa sfumata. Il corpo umano, un tempo unità di misura della guerra (si pensi alle “perdite”), diventa in molti casi irrilevante. Una “casualità” … (qui la traduzione letterale dall’inglese ci sta proprio bene…)

Inoltre, l’uso crescente di sistemi d’arma autonomi basati sull’intelligenza artificiale solleva questioni profonde sulla natura della decisione in guerra.

Se un algoritmo può decidere chi vive e chi muore, cosa ne è della responsabilità morale umana? La “catena di comando” si disperde in una rete di interazioni uomo-macchina dove l’agency è distribuita e spesso opaca e confusa.

Queste trasformazioni nella conduzione della guerra riflettono e amplificano il decentramento dell’umano già individuato da Foucault. L’individuo non è più l’atomo della storia, ma un punto di intersezione di forze tecnologiche, informative, economiche e politiche che lo trascendono.

La convergenza tra meccanica quantistica, intelligenza artificiale e guerre moderne sembra così accelerare quel processo di “cancellazione dell’uomo” che Foucault aveva intravisto. L’umano si rivela sempre più come un costrutto contingente, un’interfaccia temporanea tra sistemi complessi piuttosto che un’essenza stabile.

Tuttavia, questa dissoluzione dei confini tradizionali dell’umano non deve necessariamente essere letta in chiave nichilistica.

Al contrario, può aprire la strada a nuove forme di soggettività e di etica. Se l’uomo è un’invenzione recente, allora può essere “reinventato”. La sfida è elaborare nuovi modelli di comprensione che integrino l’indeterminazione quantistica, l’intelligenza distribuita e la complessità geopolitica.

Ciò implica ripensare concetti come autonomia, responsabilità e dignità al di là dell’individualismo liberale classico. Di Etica.

In ambito bellico, ad esempio, potrebbe significare sviluppare un’etica della guerra che tenga conto dell’agency ibrida uomo-macchina e delle conseguenze a lungo termine delle azioni, anche quando queste non sono immediatamente visibili.

Nel campo dell’IA, potrebbe portare a progettare sistemi che riflettano la natura relazionale e contestuale dell’intelligenza, anziché replicare un modello di razionalità astratta e decontestualizzata.

In conclusione, rileggere Foucault attraverso il prisma della fisica quantistica e dei conflitti contemporanei ci può invitare a una profonda ricalibrazione ontologica ed etica. L’uomo come “centro” potrebbe essere un’invenzione recente destinata a svanire, ma ciò che emerge è un panorama di possibilità ancora da esplorare.

La sfida del pensiero critico è navigare questa transizione, elaborando nuovi concetti e pratiche all’altezza della complessità emergente.