Nietzsche e la volontà di potenza

di Vincenzo Rampolla

Nietzsche afferma: “Questo mondo è la volontà di potenza, e nient’altro

Lo scopo non è l’umanità, ma l’Oltre-uomo

Al di là dei concetti convenzionali di sanità e di follia, Nietzsche sostiene che la vita umana non vada repressa nella sua spontaneità, né utilizzata come mezzo per raggiungere un presunto “Aldilà.” L’esistenza “non serve a nulla”, ma è “volontà di potenza” fine a se stessa: è puro voler vivere.

Negli anni di formazione, trova una ispirazione determinante nella lettura de Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer. In un frammento autobiografico del 1867 scrive: “Qui ogni riga gridava la rinuncia, la negazione, la rassegnazione; io guardavo come in uno specchio il mondo, la vita e la mia propria anima, grandiosi di orrore; qui, simile al sole, il grande occhio dell’arte mi fissava, staccato da tutto; vedevo malattia e guarigione, esilio e rifugio, inferno e cielo”.

Schopenhauer proponeva la negazione della volontà individuale di vivere come supremo valore, definito da Nietzsche atteggiamento nichilistico, passivo, con l’uomo di fronte ad una scelta fondamentale: si rassegna e si ritira dal mondo, disprezzandolo in ogni elemento, oppure accetta e valorizza la vita per quello che è.

Nel nichilismo attivo, Nietzsche è invece consapevole che la vita non è destinata a fornirci nulla di piacevole dal punto di vista individuale. Nonostante ciò, dobbiamo tollerare ogni sofferenza, per aderire all’ordine universale, finché la realtà non diventi un tutt’uno con la nostra personale “volontà di potenza”.

Egli rifiuta l’idea della Storia come una “ricostruzione archeologica” di avvenimenti, in una fredda concatenazione causa-effetto. Intende invece proporre uno Storicismo critico e attivo, attraverso cui conferire un significato agli eventi del passato, che vanno rivissuti nel contesto dell’epoca attuale e compresi con l’aiuto della psicologia, la regina delle scienze.

Nel testo La nascita della tragedia propone la teoria psicologicasecondo cui la civiltà occidentale, nata nell’antica Grecia, sia sorta non da un’esigenza razionale di ordinare la realtà, ma dalla volontà di celebrare i sentimenti vitali dell’individuo. Caratteristiche dello splendore della civiltà occidentale classica e della figura dell’eroe, sono la bellezza estetica come riflesso della bontà d’animo, l’unità tra mente e corpo, l’amore sessuale, la gioia, la voglia di ridere, la fierezza distinta dall’orgoglio personale e l’amor proprio, diverso dall’egoismo. Dalla loro fusione nasce la volontà di potenza.

L’involuzione della civiltà occidentale, secondo Nietzsche, prosegue con l’affermarsi del Cristianesimo, sorta di platonismo semplificato e reso comprensibile per le masse.

Si assiste ora a un progressivo sovvertimento dei valori vitali, una nuova immagine dell’uomo: passivo, in ginocchio con il capo chino, obbediente, pervaso da sensi di colpa da espiare, casto, represso negli istinti e dipendente da un Dio che lo domina e lo spinge ad auto-annullarsi. Come si è arrivati a questo punto?

Nella Genealogia della morale, egli analizza la classe dei sacerdoti, “pervasa da invidia e risentimento nei confronti delle persone nobili d’animo”. Hanno affinato il loro intelletto e subdolamente finiscono per condizionare la morale della società, fino ad averne il predominio. Al corpo si contrappone ora un astratto spirito, alla fierezza l’umiltà, alla sessualità la castità, al ridere la serietà, alla potenza dell’azione l’obbedienza passiva, in un totale sovvertimento dei valori: si verifica, in ogni uomo, una progressiva repressione degli istinti e un’alienazione dai sentimenti spontanei e più autentici, intossicando l’individuo stesso e la società.

Nietzsche insiste sulla descrizione di quest’uomo malato, auto-tormentato, umiliato, a contatto con un corpo che è diventato peccaminoso, in antitesi con la sua stessa natura.

Quest’uomo, definibile oggi come nevrotico, è schiavo dell’intelletto e sembra aver dimenticato la spontaneità del sentimento. E la “volontà di potenza” creativa, quella che pervade l’individuo e lo rende essere umano, dov’è finita?

Nel Crepuscolo degli idoli (1888), Nietzsche descrive “come il mondo vero finì per diventare favola”, ovvero la storia di un fatale errore filosofico. Tutto sembra risalire a Platone: si perde di vista la realtà presente che l’individuo vive e si pone al centro il mondo delle Idee. Si insinua un’influenza subdola del sacerdote sull’uomo comune, poiché si introduce l’idea di una doverosa sottomissione del fedele al potere della classe clericale. Tale traguardo, però, è così etereo e sfuggente da non indurre motivazioni nell’individuo per aspirare a raggiungerlo. Che fare? “Eliminiamo il mondo vero”, idea che non è più utile a nulla, nemmeno più vincolante, idea inutile quindi, superflua, confutata: eliminiamola!

Abbiamo eliminato il mondo vero: quale mondo resta? Quello apparente? Forse. No! “Con il mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!”

Che cosa rimane? Pervasi da una “volontà di potenza“distruttiva, abbiamo demolito l’intera realtà. Che cos’è rimasto? Il Nulla, solo il Nulla.

E i sentimenti? Al risveglio abbiamo soppresso la metafisica tradizionale: “Dio è morto, ucciso da noi”. All’inizio prevale un generalizzato senso di liberazione e di euforia, per aver ucciso quello che era ormai percepito come un tiranno: “Noi spiriti liberi, alla notizia che il vecchio Dio è morto, ci sentiamo come illuminati dai raggi di una nuova aurora; il nostro cuore ne straripa di riconoscenza, di meraviglia, di presagio, d’attesa.”Poi, inevitabile, prepotente sale un senso di vuoto, di vertigine, di smarrimento: dobbiamo fronteggiare da soli il Nulla che si profila all’orizzonte, privi di un padre a guidarci, di un maestro o una figura in cui riporre fiducia.

L’uomo, così com’è, può sostenere la sfida contro il Nulla infinito? No.

Siamo di fronte alla rappresentazione di una nuova tragedia, in cui il protagonista deve sostenere una lotta impari contro un Nulla che lo sovrasta.

Per questo “l’uomo è qualcosa che deve essere superato”, deve andare oltre se stesso: nasce l’Oltre-uomo. Il soggetto deve scoprire la potenza illimitata della sua volontà. “aldilà” di me stesso, “andare oltre” i miei limiti costitutivi, aspirare all’universalità, fino a fondermi con la realtà in una sintesi armonica. In questo contesto, i confini limitati del mio corpo e della mia mente si espandono senza limiti, per identificarsi con la “volontà di potenza universale”.

La realizzazione personale dell’individuo, deve però partire dal raggiungimento di un’intima armonia con il proprio corpo, quello che vive sulla Terra, unico “mondo vero”. Solo da questi presupposti l’uomo potrà sostenere la sfida di sostituire Dio e diventare creatore di una nuova realtà. Il soggetto vuole superare il Nulla attraverso l’affermazione della propria “volontà di potenza”.

Cambia il significato di “volontà di potenza”? No! Si estende, si dilata, si perfeziona.

Innanzi tutto, al di là dei concetti convenzionali di bene e di male, di ciò che mi piace e non mi piace, devo riuscire a percepire un’energia vitale che dia un senso alla mia esistenza. Nietzsche individua questa energia nel sentimento dell’amore, di sè e del prossimo: “Ciò che viene fatto per amore accade sempre al di là del bene e del male.”

L’amore è un sentimento attivo: consente all’individuo, se lo prova autenticamente, di diventare un vero Creatore.

A questo punto, dopo aver ucciso il vecchio Dio, io mi riscopro in un ruolo divino.

E come posso divenire immortale e creare eternamente la vita? Così parla in La gaia scienza: Quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?”. Questo “attimo immenso” è cruciale per comprendere il pensiero di Nietzsche: è la chiave per dare un senso alla realtà. È un presente al di là del tempo cronologico: corrisponde al momento stesso in cui io sto vivendo. È innanzitutto un sentimento, un’aspirazione profonda che l’uomo ha sempre percepito: quella di eternizzarsi e di potersi godere, in modo pieno, il momento presente, in una tradizionale dimensione lineare del tempo, ove il traguardo è sempre più in là del presente, fino all’infinito, con l’uomo mai soddisfatto.

Solo se sono immerso in un tempo circolare, al di fuori del meccanismo causa-effetto, io posso godere della mia vita in ogni istante, senza aspettare che la felicità debba avvenire in un presunto momento futuro… forse come ricompensa. Volere ciò che accade. È l’Oltre-uomo, che esprime la volontà di aderire pienamente all’ordine universale, attraverso il suo libero sì alla vita.

È il momento in cui frana la distinzione tra la mia “volontà di potenza” e quella dell’universo. “La mia formula per giudicare la grandezza dell’uomo è amor fati: cioè, non volere che le cose siano diverse, che non sfuggano né avanti, né indietro, per tutta l’eternità. Non soltanto sopportare il Necessario, e ancor meno nasconderlo (ogni idealismo è menzogna di fronte al Necessario); bensì amarlo”, (da Ecce homo, 1888).

L’uomo moderno non solo ha perso la volontà di potenza, ma anche la coscienza di sé, azionando la ricerca di un risveglio della propria volontà di potenza.

Non a caso, Freud afferma: “Dove c’era l’Es, deve subentrare l’Io”, ovvero un nuovo essere umano, in grado di riaffermare la sua spontaneità e il suo volere consapevole: percepire l’autentico sentimento di amore per il prossimo, senza ipocrisie.

Nel mondo esterno troverò innanzitutto caos, irrazionalità, materia che si degrada nel tempo e si decompone. Sono io a voler conferire un senso alla mia vita, che sta nel vivere stesso, espressione della “volontà di potenza universale”.

Nietzsche afferma che non è importante che cosa accade nella vita, ma come si vive: “Tutte le vite sono difficili: ciò che rende certe vite riuscite è il modo in cui sono state affrontate le sofferenze”. Se abbraccio la vita e mi apro ad essa, mi espongo a ogni tipo di sofferenza, ma alla fine decido io la mia esistenza, unica e irripetibile. Il sentimento di piena appartenenza alla vita eguaglia la beatitudine e la realizzazione di sé.

In Umano, troppo umano (1878), Nietzsche afferma: “Imparare a vedere, abituare l’occhio alla calma, alla pazienza, al lasciare giungere a sé le cose; rimandare il giudizio, imparare a rigirare e ad abbracciare il singolo caso da ogni lato. È questa la prima lezione alla nobiltà d’animo: non reagire subito ad uno stimolo, ma padroneggiare gli istinti che inibiscono, che isolano.

La volontà di potenza si rinnova. Induce a saper controllare se stessi. Sviluppa l’autocoscienza. Spinge a cercare di costruire una nuova tavola di valori, stimola a non reagire istintivamente, agendo coscientemente, rinunciando agli impulsi egoistici, liberando la mente da pregiudizi, invogliando a un nuovo agire, “sano e vitale”:

  • Amare se stessi e l’altro, il nuovo alter ego.
  • Tollerare la sofferenza con determinazione, affrontandola con distacco convinto e meditato.
  • Comprendere l’altro, senza etichettarlo con pregiudizi.
  • Stabilire relazioni con il prossimo, basate su lealtà e gratitudine.
  • Fronteggiare e superare le componenti sgradevoli della nostra personalità.
  • Sopprimere l’amore negativo verso di sé, fonte di invidia e rancore per gli altri.
  • Abolire l’attenzione introversa verso se stessi, la chiusura verso il prossimo, la manipolazione dell’altro, bandendo ipocrisia e falsità.

Questi valori, sono o non sono simili e vicini ai criteri di personalità sana e disturbata dei sistemi diagnostici contemporanei? Non si riconosce in essi la volontà umana di affrontare i fattori rischiosi e problematici dell’esistenza, di trascenderli e di aspirare all’humanitas erga omnes?

(consultazione:  g.giacomini “filosofia e psicopatologia” 1.12.2020)