Quale mondo ci aspettiamo?

di Bruno Lamborghini

 

In passato si pubblicavano periodicamente ampi scenari sulle prospettive del mondo, previsioni in genere positive, pur con qualche fase di crisi, ma quasi sempre trend di crescita e spesso le previsioni non ci prendevano, ma tutto sommato queste valutazioni tranquillizzavano. Dal 2000 si sono manifestati nel mondo grandi cambiamenti imprevisti a carattere disruptive che hanno messo in crisi gli scenaristi ed ora pochi rischiano di fare analisi e previsioni a medio-lungo termine. Ci si limita al breve o brevissimo termine, con ottica congiunturale, anche qui spesso sbagliando. Ad esempio, quanti prevedevano la pesante recessione della Germania nel 2023?  Eppure, alcuni fattori erano già evidenti come l’interruzione del conveniente flusso energetico russo o la riduzione dell’export tedesco di auto verso la Cina o ancora gli effetti della grande trasformazione produttiva verso l’elettrico (senza batterie) del maggiore settore (30%) dell’industria tedesca, l’automobile.

La realtà è divenuta sempre più complessa e multifattoriale. Infatti, qualsiasi evento in qualche parte del mondo produce effetti disruptive su altri eventi in altre parti, e quindi le analisi di specifici eventi possono aiutare a capire determinati percorsi complessi, ma senza illudersi di conoscere il futuro. Ciò non toglie che si debbano prendere iniziative (o meglio “politiche”, un termine oggi poco praticato) per cercare di affrontare eventi anche straordinari, partendo dai fatti reali.

Oggi si parla sempre più di eventi geopolitici, indicando con il termine geopolitico il frutto di iniziative di qualcuno con effetti e reazioni da parte di più paesi o istituzioni, creando condizioni sempre più complesse apparentemente senza soluzioni o comunque con la necessità di difficili interventi su più fronti e ricercando impossibili accordi da parte di enti spesso in conflitto tra loro.

Cresce nel mondo il numero di paesi o gruppi di paesi come i BRICS che intendono partecipare a questo complesso gioco di forze contrapposte, senza peraltro riuscire a trovare piattaforme politiche  in grado di affrontare assieme su base mondiale le grandi sfide che coinvolgono l’intera umanità, come la crisi ambientale, il depauperamento delle risorse naturali, le pandemie virali, ma anche i drammi migratori e non ultime, le crescenti esplosioni di guerre, le invasioni territoriali ed i conflitti a livello etnico-religioso.

Viviamo sempre più in un contesto mondiale frammentato, senza punti di riferimento a cui sino a ieri in qualche modo eravamo abituati, prima i due blocchi contrapposti Est ed Ovest, poi il confronto USA-Cina, né hanno ruolo gli organismi internazionali, come l’ONU od anche il G20 o il Cop 28. Si è aperto un palcoscenico complesso con tanti attori, non solo i maggiori, dagli USA, intenzionati a svolgere un ruolo meno internazionale rivolto solo al proprio interno, alla Russia di Putin con ambizioni di invasioni territoriali in ottica imperialista, alla Cina che intende espandersi nel mondo attraverso le vie politico-commerciali. Ma entrano anche altri paesi, la Turchia con pretese di impero ottomano, l’Arabia Saudita che ambisce guidare il Medio Oriente e non solo, l’India di Modi che vuole giocare una propria posizione nel mondo in base al miliardo e mezzo di giovani cervelli e bisogna considerare anche i tanti nuovi protagonisti del Sud Globale (la maggiore e crescente popolazione mondiale giovane), dal Brasile al Sud Africa, dal Vietnam all’Indonesia, dall’Etiopia alla Nigeria e tanti altri.

In questo contesto geopolitico mondiale non è ancora chiaro quale ruolo intendano svolgere i paesi europei, da soli o come Unione Europea. Vi sono impegni economici e militari per la guerra in Ucraina, non sempre in modo netto, ma appaiono assenze negli eventi di Israele, così come nelle vicende dell’Indo-pacifico o del Sahel. L’Unione Europea è di fronte ad un bivio, se proseguire limitandosi ad accordi intergovernativi al proprio interno e perdendo peso politico all’esterno o invece accelerare sulla strada dell’integrazione federale. In questa direzione il pericolo di ulteriori mosse espansive della Russia potrebbe determinare la spinta decisiva per attivare una struttura comune di difesa, così come una politica estera comune in grado anche di consentire all’Europa un ruolo significativo nel contesto mondiale.

Lo scenario internazionale appare in continuo sommovimento e richiede a tutti i partecipanti di prendere attivamente posizione e non rischiare di subirne passivamente pesanti conseguenze. Le grandi crisi, come la guerra in Ucraina, ed il conflitto israeliano-palestinese avranno profonde conseguenze di durata  pluriennale, ma anche gravi effetti su scala mondiale possono avere eventi apparentemente locali, come gli attacchi degli Houthi alle navi nel Mar Rosso che dallo scorso ottobre stanno bloccando oltre il 50% dei passaggi verso il Canale di Suez, determinando già la quadruplicazione dei noli marittimi per i container dalla Cina al Mediterraneo, oltre a gravi ritardi nelle forniture, con effetti prolungati nel tempo di aumento dei costi e inflazione. Così come sta avvenendo con la riduzione del traffico navale nel Canale di Panama per l’abbassamento delle acque del canale.

L’incertezza di futuro è divenuta ancor più evidente nei due anni di guerra in Ucraina con oltre quattrocentomila morti, distruzione di intere città, ma soprattutto per la totale incertezza su come tutto questo finirà e su possibili rischi di ampliamento delle ambizioni russe di occupazione di aree europee, con il rischio di una grande guerra Russia Nato. Cosi pure l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre ed il successivo intervento israeliano a Gaza hanno aperto un nuovo grande interrogativo sul futuro sia israeliano che palestinese, ma anche sull’instabilità conflittuale dell’intero Medio Oriente con impatto su tutta l’area del Mediterraneo.

Ulteriori incertezze vengono anche dal comportamento futuro della Cina che da un lato sta affrontando internamente una grave crisi del suo modello di sviluppo (non solo le costruzioni, ma anche lo sviluppo industriale), e contemporaneamente accentua la sua presenza commerciale e politica nel mondo, in Africa, in Asia centrale e nel Pacifico ed anche in Europa aprendo vie terrestri e marittime con l’entrata nei porti europei. La Cina ha relazioni interessate verso la Russia per l’accesso alle risorse energetiche, ma soprattutto alle grandi risorse minerarie della Siberia che si stanno aprendo grazie al defrosting. Ma la maggiore incertezza geopolitica riguarda la questione dell’annessione di Taiwan e l’estensione del conflitto non solo commerciale con gli USA di Biden o di Trump.

Proprio con riferimento alla possibile elezione di Trump il prossimo novembre è massima la preoccupazione. E’ un evento che rischia di amplificare in modo incontrollato incertezze e fattori di crisi nell’intera geopolitica mondiale ed in particolare nei rapporti tra USA ed Europa per la gestione Nato e l’Ucraina. Ma non è ancora detto che vinca Trump. Molti Repubblicani sembrano poco convinti e forse Biden potrebbe farcela.

Il 2024, che tra l’altro è anche bisestile, appare un anno che può aprire ulteriori condizioni di incertezza e gravissimi rischi di maggiore conflittualità in tutto il mondo, considerando che le guerre hanno una trasmissività contagiosa e la forte crescita delle spese militari in tutto il mondo induce ad aprire nuovi fronti di sbocco delle armi. D’altro lato, la tempesta perfetta di crisi globale in grado di recare danni a tutti potrebbe anche aprire ad una maggiore consapevolezza nei maggiori attori dei rischi di perdita totale di controllo, ma forse ci illudiamo.

Restando in Europa, l’incombente stagnazione economica dovuta anche al declino demografico, assieme all’ancora più incombente minaccia bellica di espansione territoriale da parte della Russia, potrebbe costringere alla necessità urgente di un rafforzamento strutturale dell’Unione Europea verso forme federalistiche, come già detto, per una difesa e politica estera comune.

In questa direzione vanno le proposte recentemente presentate da Draghi all’Ecofin di Gant nel quadro del rapporto sul rilancio della competitività dell’Unione Europea che egli deve presentare a giugno alle nuove istituzioni europee. Draghi ha parlato della necessità di affrontare con urgenza un grande processo di riforme partendo da investimenti finanziati da fondi europei come per il Next Generation UE per le due transizioni, digitale ed ambientale (almeno 500 miliardi Euro), assieme agli investimenti necessari per predisporre una difesa comune a livello europeo.

Draghi ha evidenziato anche la necessità di arrivare rapidamente all’Unione dei mercati dei capitali e a grandi investimenti comuni in campo industriale, allineati a quelli sostenuti da parte di Biden negli Stati Uniti (American Rescue Plan e programma semiconduttori), al fine di un efficace rilancio produttivo europeo. Si tratta anche di abbandonare un vecchio modello non più operante basato sui flussi energetici russi, sulle esportazioni verso la Cina e sulla difesa da parte USA. Per questo “il denaro pubblico non sarà mai abbastanza e va mobilitato anche il risparmio privato”. E’indispensabile “un fondo dedicato a partenariati pubblici-privati in cui la BEI avrà un ruolo da svolgere”. Dal dibattito con i Ministri europei è emerso un “forte accordo sulla diagnosi, ma anche un sentimento condiviso sul senso di urgenza di agire”.

A conclusione di questa nota non particolarmente ottimistica a livello geopolitico del mondo, si può terminare con una speranza per l’Europa e cioè che il progetto di Draghi possa trovare attuazione, in particolare, come auspicato da tanti, se Draghi potrà svolgere un ruolo politico decisivo quale Presidente della Commissione Europea o del Consiglio dei Ministri Europei.