Reattori, Impianti e gestione dei rifiuti nucleari

di Vincenzo Rampolla

Un po’ di storia, su un tema mai discusso a fondo e compiutamente.

Il 13 aprile 1959, ISPRA 1 è il primo reattore nucleare di ricerca italiano a acqua pesante. Realizzato dal CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) a Ispra (Lago Maggiore) ha potenza di 5 MW.

Inaugurato dal Presidente della Repubblica G. Gronchi, con la nascita della CEEA (Comunità Europea dell’Energia Atomica) viene affidato nel 1963 alla gestione dell’EURATOM ed è gestito dalla JRC (Joint Research Centre), Direzione Generale chiave della Commissione Europea: la Ricerca Insieme.

Nato per scopi di ricerca il reattore è utilizzato per formazione del personale, produzione di radionuclidi, studi e ricerche sull’uranio, su nuovi materiali per la costruzione dei reattori commerciali, sui flussi di neutroni e loro interazioni con la materia vivente. Attivo fino al 1973, oggi è in stato di sicurezza, in attesa del commissioning(smantellamento).

In parallelo a Ispra, nel 1962 al Centro di ricerca Enea-Casaccia di Roma, nasce OPEC (Operazioni Celle Calde), impianto nucleare utilizzato per la ricerca sui combustibili. Costituito da 2 sistemi, Opec 1 e 2, il primo entra in esercizio nel 1962 e in Italia è stato il primo impianto per ricerca e analisi di post-irraggiamento sui combustibili nucleari. Opec 2 è stato costruito nel 1970 per ampliare le attività nucleari di ricerca, controllo e analisi dell’Opec 1. L’impianto non è mai entrato in esercizio.

A OPEC1 si aggiunge EUREX (Enriched Uranium Extraction) situato nel Centro di ricerca ENEA a Saluggia (Vercelli) utilizzato per la sperimentazione del riciclo   del combustibile nucleare, separando e recuperando il materiale riutilizzabile.

Iniziato nel 1965, entra in funzione nel 1970 e le attività di riprocessamento vengono interrotte nel 1984.

Posto in riva alla Dora Baltea e sopra la falda dell’acquedotto del Monferrato, è deposito di 230 m³ in bidoni di rifiuti liquidi ad alta attività.

Dopo l’alluvione del 2000 (3° allagamento dell’impianto) il premio Nobel C. Rubbia, allora Commissario dell’Ente Nazionale Energia Atomica (ENEA), dichiarò che si era sfiorata una catastrofe planetaria.

Altri 235 di rifiuti nucleari ad alta e media intensità sono depositati in Francia e entro il 2025 l’Italia si è impegnata a riprenderli. Senza mezzi termini Parigi ha detto che non terrà i rifiuti italiani e non ne accetterà altri se Roma non darà una data certa sul Deposito nazionale dei rifiuti nucleari. Chiaro e tondo.

Per completare la serie di impianti indispensabili per la gestione delle attività nucleari, nel periodo 1965-1970 il CNEN costruisce l’ITREC (Impianto di Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibile). Situato nel Centro di ricerca Enea-Trisaia di Rotondella (MT), è utilizzato per la conservazione e la sperimentazione del ritrattamento del combustibile nucleare derivato da un ciclo torio-uranio.

Tra il 1969 e il 1971, con l’accordo CNEN – USAEC americana, vengono trasferiti nell’impianto 84 elementi di combustibile irradiato torio-uranio, derivanti dal reattore Elk River (Minnesota).

Nel 1973 il CNEN ne diviene proprietario con 20 barre ritrattate nel frattempo. Nel 1987 con il sì del referendum anti-nucleare, tutte le attività nucleari sono chiuse, con messa in sicurezza dell’impianto, a tutela della popolazione e dell’ambiente.

Nel 1999 nasce SOGIN (Società di Gestione degli impianti Nucleari) affidata alla gestione di: Ministero Finanze, MASE (Ministero Ambiente e Sicurezza Energetica) e ARERA (Autorità per l’Energia). Finalità: commissioning, smaltimento e messa in sicurezza degli impianti nucleari e delle società del settore collegate.

Numero di dipendenti: da 60 iniziali a 650 e 1.200 unità nel 2015, stabilizzato a 1.000 nel 2022. Costi fissi gestione impianti e stipendi: 120 Milioni/anno.

E dopo il referendum, con gli appalti per la messa in sicurezza delle 4 ex-centrali nucleari di Latina, Garigliano (CE), Trino (VC) e Caorso (PC) e con le scorie di OPEC, EUREX, ITREC impianti legati al ciclo del combustibile e del reattore di ricerca ISPRA1, dove sono andati a finire i rifiuti nucleari nazionali?

Nel 2003, dopo 4 anni dalla nascita, SOGIN inizia l’attività, con a carico la gestione dell’impianto e la bonifica ambientale del sito.

Nel 2006, all’interno di Opec1, decontaminazione e bonifica dei locali dell’impianto di drenaggio e raccolta dei rifiuti liquidi prodotti.

Nel 2008 decontaminazione delle 3 celle calde dell’Opec1, demolizione del camino dell’Opec 2 e inizio delle opere civili per la sua trasformazione in deposito temporaneo per stoccaggio dei rifiuti delle attività di esercizio e smantellamento dell’impianto. SOGIN procede nella classificazione dei rifiuti radioattivi.

Nel 2010 confeziona il materiale nucleare per il trasferimento al Deposito Nazionale (inesistente, in corso di scelta e localizzazione).

Nel 2003, a SOGIN viene formalizzato l’obiettivo di realizzare operativamente le fasi di decommissioning e del raggiungimento della fase 1 (brown field), ovvero didisattivazione, preparatoria della successiva fase 2 definitiva. Costo euro 325 milioni.

A novembre del 2003 un terreno del comune di Scanzano Jonico, a circa 10 km dall’impianto di Rotondella (MT), viene designato dal Consiglio dei Ministri, come Sede unica nazionale per la raccolta di rifiuti radioattivi di alta e media durata di tutti i depositi italiani, globalmente circa 31.159 m³, pochi metri sul livello del mare.

La decisione provoca forti proteste e porta ai giorni di Scanzano dal 13 al 27 novembre conclusi con un emendamento da parte del Consiglio dei Ministri che depenna il nome dal Decreto.

Si riparte alla ricerca del sito per il Deposito Unico.

Nel 2005, SOGIN realizza un moderno laboratorio per il monitoraggio ambientale. Nel 2008, sono ultimate le attività di sostituzione della condotta di scarico a mare e nel luglio 2012 si avvia lo smantellamento del deposito interrato in cemento armato di rifiuti radioattivi realizzato inizio anni ‘70 (54 m³, profondità 6 m), con scorie in fusti da 220 litri.

Nel 2010 l’ISPRA (Autorità di Controllo sul Nucleare), presenta il progetto dell’l’impianto per la cementazione di circa 3m³ di soluzione liquida uranio-torio, derivata dalle attività sperimentali di riprocessamento del combustibile. L’inizio storico del decomissioning risale al 2003 e 852 fusti contenenti rifiuti radioattivi solidi prodotti dalle passate attività di mantenimento in sicurezza dell’impianto, sono stati differenziati, trattati, condizionati e immagazzinati in 21 container.

8 anni dopo, marzo 2011, il piano ottiene la certificazione ministeriale VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) e con il progetto SIRIS (Sistemazione Rifiuti Solidi), si trasferiscono in apposite celle per trattamento e condizionamento i rifiuti solidi pregressi, prelevati dai 18 container in cui sono stivati.

Secondo il piano di decomissioning i lavori previsti devono essere terminati entro il 2019 con costo di €3,7 Miliardi.

Mancato l’obiettivo dopo altri 8 anni, il progetto permane sulla carta e l’ultima previsione riformula gli obiettivi per il 2026, con  costi di €8 Miliardi.

Nel 2022 il Presidente Draghi commissaria SOGIN: nuovo sistema di gestione e finanziamento dell’azienda, basato prima su una componente della bolletta elettrica a carico dei cittadini, rivisto ora e legato a €400 Milioni di trasferimento annuo dalle casse dello Stato, senza contare il braccio di ferro con i lavoratori e le proteste con la Cgil.

Il Governo deve rinnovare i vertici e accelerare il progetto DNU (Deposito Nazionale Unico scorie). Incombe la spada di Damocle di 119 permessi decommissioning nucleare.

Il piano di SOGIN soffre di incolmabili ritardi nei permessi e il Governo non avvia le consultazioni per procedere. Per la negligenza sul nucleare, l’Italia balza in primo piano nell’UE.

Si parla freneticamente del DNU. Dov’è? Non c’è.

Non esiste, ma si sa che il budget previsto è di €2,5 Miliardi.

Che ci vuole per farlo? Il sì di Regione, Comune, popolazione locale e un accordo sull’indennizzo, mentre i Ministeri nicchiano. Per Saluggia, Trino e gli altri Comuni sedi da 56 anni di depositi temporanei, la priorità è mettere SOGIN alle strette.

Pubblica a gennaio 2021 la CNAPI (Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee), proposta che individua 67 aree adatte a custodire le scorie. Torino e Alessandria le candidate in Piemonte, mentre il territorio vercellese, tra Trino e Saluggia che da anni si becca circa l’80% delle scorie italiane è escluso dalla mappa, nonostante le rimostranze del sindaco. Ma i lavori del DNU non dovevano finire nel 2023?

Sì, e allora? A chi interessa…?

Oggi SOGIN ha spostato la scadenza al 2036 e ogni giorno ai rifiuti di centrali e impianti si sommano quelli dei centri di ricerca e dei reparti di medicina nucleare degli ospedali. Intanto a Trisaia (Basilicata) la magistratura sequestra alcuni impianti di trattamento acque. Da almeno 3 anni vengono riversati in mare solventi utilizzati negli anni ‘60 e ‘70 per la centrale di Latina.

A Ispra, sempre gestita dalla JRC, Direzione Generale chiave della CE, mentre l’Italia è ferma, a settembre 2017 la CE ha costruito l’impianto ISF (Interim Storage Facility), secondo deposito temporaneo per le scorie nucleari UE, accanto all’Area 41, il vecchio deposito nucleare del ‘59.

Costo poco più di €10Milioni, capacità 12-13.000 m³, pronto dal punto di vista strutturale. Oops… Manca il via libera  dell’Istituto Superiore di Protezione Ambientale: iter burocratico fermo.

E il 18.1.2024, un mese fa, la novità: il Presidente della Regione Lombardia, i dirigenti di JRC e SOGIN firmano un accordo di 5 anni, per una strategia comune della gestione dei rifiuti e di commissioning del reattore di Ispra, da dismettere completamente entro il 2040. Data ferma, assolutamente da rispettare, a ogni costo. Bruxelles da tempo ha cercato di prendere in mano la situazione, ma il bello deve ancora venire