Rio, Aprile 2024: frammenti di cronaca brasiliana

di Graziano Saibene

 

Stanno succedendo cose importanti: qualcuna è persino da considerarsi una buona notizia.

Come, per esempio, l’individuazione e l’arresto dei mandanti dell’assassinio della giovane deputata eletta al consiglio dello stato di Rio de Janeiro Marielle Franco – che costò la vita anche al suo autista – avvenuta nel 2018. Era apparso subito assai probabile che si fosse di fronte ad un delitto politico/mafioso, e questo aveva causato qualche eco anche sulla stampa internazionale. Chi lo aveva preparato e portato a termine, si era anche subito preoccupato di far sparire ogni traccia utile a trovare i responsabili. Gli esecutori materiali, individuati dopo qualche tempo, sono subito apparsi dei semplici killers professionali. Ma le indagini per trovarli e per arrivare anche ai mandanti, sono state incredibilmente inquinate proprio da chi era stato incaricato di dirigerle.

Per me non è stata una sorpresa, come è finalmente emerso in questi giorni, che ci fosse stata la partecipazione di tutti gli elementi marci che stanno sempre più prendendo piede nel controllo dei territori importanti di questo Paese, soprattutto attorno alle grandi metropoli: le famigerate milizie, con le più o meno note infiltrazioni nei posti che contano – polizie regionali e militari e apparati governativi.

Alla fine, grazie anche alla caduta del governo Bolsonaro, e alla sconfitta del successivo tentativo di “golpe” – di cui parlerò a seguire – la Corte Suprema, con la collaborazione della polizia federale – l’unica per ora non ancora inquinata da infiltrazioni mafiose – ha individuato e deciso di fare arrestare tre dei presunti colpevoli di aver pianificato e fatto eseguire l’eliminazione della povera Marielle: i fratelli Brasão (uno è deputato federale, e quindi la competenza è passata alla Corte Suprema avendone questa diritto, l’altro è deputato regionale a Rio, – ambedue eletti nel partito di Bolsonaro –  il terzo era il capo della polizia civile incaricato di portare avanti le indagini).

Il cosiddetto “foro previlegiato” cioè la corte Suprema, non ha garantito la impunità, anzi. Il giudice incaricato del caso Marielle, Alexandre de Morães, scelto da sorteggio, dopo aver accettato la “collaborazione premiata” dei due killers, ed aver fatto tutte le verifiche circostanziali con l’aiuto della polizia federale, non ha esitato a far imprigionare i tre presunti mandanti fino alla conferma da parte del Congresso, con maggioranza esigua faticosamente raggiunta, grazie anche alla pressione di gran parte della società civile e della diplomazia internazionale.

Fra deputati e senatori la maggioranza è stata eletta nelle fila dei partiti che appoggiavano (e in parte ancora appoggiano) il presidente uscente. Senza contare tutti quelli eletti nella circoscrizione di Rio de Janeiro, in gran parte militanti nelle correnti dei fratelli Brasão. Tutti a Rio sanno che la giovane Marielle Franco aveva osato mettere il naso negli affari sporchi delle milizie che da anni imperversano nei territori periferici della metropoli carioca, rendendo un inferno la vita degli abitanti, costretti a pagare pizzo e a sopportare angherie e ogni sorta di violenza per sopravvivere.

Se il Congresso (Camera e Senato) avesse respinto la richiesta del giudice della Corte Suprema di rinviare a giudizio i tre indiziati, molti degli elettori se lo sarebbero ricordato alle imminenti tornate elettorali. Anche fra quelli inclini a scegliere candidati di destra.

Forse questo è stato l’elemento decisivo per far sì che gran parte dei congressisti al momento di votare si è allontanato dall’aula, permettendo così che vincesse la parte favorevole al mantenimento in carcere dei tre presunti mandanti. Malgrado ci sia in molti deputati e senatori, in questi tempi, una gran voglia di infliggere una qualche clamorosa sconfitta, proprio a quello stesso giudice (Alexandre de Morães) che sta incriminando ad uno ad uno tutti quelli che avevano contribuito a preparare ed effettuare il tentativo di golpe dell’8 gennaio del 2023, per impedire che Lula assumesse la Presidenza dopo le elezioni perse di misura da Bolsonaro qualche mese prima.

Proprio in questi giorni persino Elon Musk prova a schierarsi a favore degli antigovernativi anche qui in Brasile. Interviene pesantemente per far riaprire gli accounts dei diffusori delle fake-news e dei diffusori di odio (fatti chiudere dalla Corte Suprema) e per influire sul disegno di legge che dovrebbe cercare di regolamentare l’uso dell’Intelligenza Artificiale.

Ed è di oggi una notizia anche peggiore: sta vendendo antenne e sistemi di connessione Starlinks agli invasori delle terre Yanomami, cioè ai cercatori abusivi d’oro e cassiterite nei territori nord amazzonici – con il loro seguito di trafficanti di droga – dando loro grandi vantaggi operativi rispetto agli operatori dell’IBAMA, che dovrebbero appunto opporsi a tali invasioni.

Nel frattempo il governo Lula sta affrontando momenti di sconforto, dovuti soprattutto al suo stesso comportamento, incapace di rinunciare alla testardaggine con cui vuole ripetere gli errori del passato: i più vistosi sono legati al modo in cui continua ad ignorare che il Brasile è sì una democrazia, ma continua anche a essere un Paese capitalistico. Voler intromettersi troppo nel governo delle grandi società statali quotate in borsa (anche in quella di NY, come Petrobrass e Vale do Rio Doce), gli sta alienando il favore degli investitori stranieri, di cui l’economia brasiliana avrebbe tanto bisogno.

E a proposito di testardaggine, nemmeno i suoi più saggi consiglieri di politica internazionale sono riusciti a fargli cambiare atteggiamento nei confronti della Russia di Putin e del Venezuela di Nicolàs Maduro.

Forse ci riusciranno i sondaggi – in parabola discendente – sul gradimento del suo attuale mandato. O i clamorosi errori politici di quei due paesi.

Oltre che le future pressioni internazionali.