Siamo troppo lenti per il mondo che abbiamo creato?

7–10 minuti

Siamo troppo lenti per il mondo che abbiamo creato?

 di Achille De Tommaso

Scrivo queste righe quasi fossero una poesia sul tempo. Sul tempo immenso che ci ha generati e su quello, brevissimo, nel quale abbiamo cambiato il mondo. Trecentomila anni diventano un respiro, la civiltà un battito, la tecnologia un lampo. E noi siamo qui, nell’istante forse più rapido di tutta la nostra storia.

«Abbiamo emozioni paleolitiche, istituzioni medievali e una tecnologia quasi divina.»

(Edward O. Wilson, biologo evoluzionista e padre della sociobiologia)

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Trecentomila anni per costruire Homo sapiens, pochi millenni per costruire la civiltà, due secoli per trasformare il pianeta, pochi decenni per digitalizzarlo. E appena pochi istanti perché l’intelligenza artificiale cominciasse a cambiare il modo stesso in cui produciamo conoscenza. Forse il problema del nostro tempo non è che la tecnologia corre troppo. È che noi continuiamo a evolvere troppo lentamente.

C’è un esperimento mentale che permette di guardare la storia umana da una prospettiva diversa.

Immaginiamo che l’intera esistenza di Homo sapiens, circa 300.000 anni, venga compressa nella durata di un solo anno.

Il primo gennaio compare la nostra specie. Per undici e passa mesi non succede, apparentemente, quasi nulla. Gli esseri umani nascono, cacciano, raccolgono, si spostano, combattono, amano, allevano figli, imparano a controllare il fuoco e costruiscono strumenti. Generazione dopo generazione.

L’agricoltura arriverebbe soltanto intorno alla metà di dicembre.

Le grandi civiltà comparirebbero negli ultimissimi giorni dell’anno.

La rivoluzione industriale arriverebbe nel pomeriggio del 31 dicembre.

Il World Wide Web nascerebbe quando mancherebbe meno di un’ora alla mezzanotte del 31.

Gli smartphone apparirebbero negli ultimi minuti dell’anno.

L’intelligenza artificiale generativa, quella capace di conversare, scrivere, programmare, analizzare immagini, produrre musica e contribuire alla ricerca scientifica, entrerebbe nella storia quando sull’orologio dell’anno mancherebbe ormai pochissimo alla mezzanotte.

È una metafora, ma racconta la realtà.

Il cambiamento umano subisce una straordinaria compressione temporale.

Un cervello antico in un mondo recentissimo

I fossili attribuiti alle prime forme di Homo sapiens risalgono a circa 300.000 anni fa. Quelli di Jebel Irhoud, in Marocco, sono stati datati a circa 315.000 anni fa.

Questo significa che per la parte immensamente maggiore della propria storia la nostra specie è vissuta in condizioni che oggi ci sembrerebbero quasi inconcepibili.

Piccoli gruppi. Risorse limitate. Comunicazioni prevalentemente faccia a faccia. Spostamenti lenti. Pericoli fisici immediati. Informazioni scarse. Relazioni sociali circoscritte.

Il nostro cervello si è formato in quel mondo.

È stato selezionato per riconoscere rapidamente un pericolo, ricordare un volto, distinguere un alleato da un nemico, cercare calorie, proteggere i figli, conquistare una posizione all’interno del gruppo.

Non è stato progettato per ricevere centinaia di messaggi al giorno, seguire guerre dall’altra parte del pianeta in tempo reale, confrontarsi continuamente con migliaia di altre persone, reagire ai mercati finanziari, verificare informazioni prodotte da algoritmi o dialogare con una macchina che possiede accesso potenziale a una frazione enorme della conoscenza umana.

Qui nasce una delle grandi contraddizioni della contemporaneità.

Biologicamente siamo antichi. Tecnologicamente siamo appena nati.

E le due velocità stanno divergendo.

Quando la cultura supera la genetica

Per modificare significativamente una popolazione attraverso la selezione naturale occorrono molte generazioni.

Per modificare il comportamento di miliardi di persone può ormai bastare un aggeggio di pochi grammi.

Lo smartphone: in meno di vent’anni è diventato un’estensione quasi permanente del corpo umano. Ha modificato il modo in cui lavoriamo, ricordiamo, ci orientiamo nello spazio, troviamo un partner, compriamo, leggiamo, discutiamo, fotografiamo i figli e trascorriamo il tempo libero.

Nessuna mutazione genetica avrebbe potuto propagarsi nell’umanità con una velocità paragonabile.

È accaduto qualcosa di fondamentale: l’evoluzione culturale ha superato di molte lunghezze il ritmo di quella biologica.

L’essere umano non aspetta più di adattarsi geneticamente all’ambiente.

Modifica l’ambiente.

E lo modifica sempre più velocemente.

Questo meccanismo è cominciato molto prima dell’informatica. L’agricoltura ha trasformato la nostra alimentazione e il nostro rapporto con il territorio. Le città hanno modificato le strutture sociali. La scrittura ha creato una memoria esterna al cervello. La stampa ha moltiplicato la diffusione della conoscenza. La macchina a vapore ha aumentato enormemente l’energia disponibile per ogni individuo. L’elettricità ha cambiato la relazione con il tempo. Internet ha quasi annullato quella con la distanza.

Ogni grande tecnologia ha esternalizzato una capacità umana.

La ruota ha esteso il movimento.

La macchina ha esteso la forza.

La scrittura ha esteso la memoria.

Internet ha esteso la comunicazione.

L’intelligenza artificiale sta cominciando a estendere qualcosa di diverso: la capacità cognitiva.

Ed è qui che la storia potrebbe cambiare natura.

La macchina che costruisce la prossima macchina

C’è infatti una differenza profonda fra l’intelligenza artificiale e molte tecnologie che l’hanno preceduta.

Una locomotiva non progettava locomotive migliori.

Un telefono non inventava nuove reti telefoniche.

Una calcolatrice non partecipava alla progettazione della generazione successiva di calcolatrici.

I sistemi di intelligenza artificiale, invece, sono già utilizzati nella programmazione, nella progettazione dei semiconduttori, nell’analisi scientifica, nella ricerca farmacologica, nella matematica e nello sviluppo di altri sistemi informatici.

Non significa che siamo entrati in una fantascientifica macchina capace autonomamente di migliorarsi senza limiti. Non siamo ancora a questo punto; ma forse ci arriveremo.

Ma il principio è nuovo.

Lo strumento cognitivo comincia a partecipare alla costruzione degli strumenti cognitivi successivi.

E’ questa la vera discontinuità.

Perché fino a oggi la velocità del progresso tecnologico dipendeva principalmente dalla quantità di intelligenza umana che riuscivamo a dedicargli.

Se domani una parte crescente della ricerca scientifica e tecnologica potesse essere assistita, accelerata o, in alcuni compiti, automatizzata dall’intelligenza artificiale, potremmo trovarci davanti a qualcosa di diverso dalla semplice accelerazione.

Potremmo trovarci davanti all’accelerazione dell’accelerazione.

Ma il progresso non è, forse, una funzione esponenziale garantita

Bisogna forse evitare un errore molto comune.

Guardare la storia e osservare che alcune trasformazioni si sono succedute sempre più rapidamente non significa aver scoperto una legge matematica del progresso.

Non esiste alcuna garanzia che l’accelerazione continui indefinitamente.

Esistono limiti fisici, energetici, economici e politici.

E di soldi.

Le tecnologie possono incontrare rendimenti decrescenti. Le società possono rifiutarle. Le guerre possono interrompere intere traiettorie di sviluppo. Le risorse possono diventare insufficienti.

Una tecnologia può raggiungere un limite teorico o semplicemente diventare troppo costosa.

La storia non è una curva esponenziale disegnata in anticipo.

E proprio per questo la parola “Singolarità”, quando viene utilizzata come previsione inevitabile, dovrebbe essere trattata con prudenza.

Ma negare il determinismo non significa ignorare ciò che sta accadendo.

Perché un fenomeno è già evidente: i sistemi attraverso i quali governiamo il cambiamento sociale sono molto più lenti dei sistemi tecnologici che producono il cambiamento.

Tecnologia veloce, istituzioni lente

Consideriamo le diverse scale temporali.

L’evoluzione biologica opera attraverso generazioni.

Le trasformazioni culturali possono richiedere decenni.

Le istituzioni cambiano normalmente nell’arco di anni.

La legislazione richiede procedure, mediazioni, votazioni, regolamenti.

La scuola forma oggi una persona che entrerà pienamente nella vita professionale in dieci o vent’anni.

Un grande investimento industriale viene pianificato su periodi analoghi.

Ma una tecnologia digitale può cambiare radicalmente in pochi mesi.

È questa asincronia a rappresentare uno dei problemi più difficili del nostro tempo.

Possiamo arrivare al paradosso di una legge pensata per governare una tecnologia che, nel momento in cui la legge diventa pienamente applicabile, non esiste più, come tecnologia, nella stessa forma.

Possiamo educare studenti preparandoli perfettamente per mestieri che verranno profondamente trasformati prima che raggiungano la maturità professionale.

Possiamo progettare organizzazioni costruite attorno a processi che un algoritmo renderà obsoleti in pochi anni.

Il problema, quindi, non è semplicemente che la tecnologia accelera.

È che non tutto accelera alla stessa velocità.

L’uomo è diventato il proprio ambiente evolutivo

Qui la questione diventa quasi filosofica.

Per miliardi di anni la vita è stata modificata soprattutto dall’ambiente.

Poi è comparso un animale capace di modificare deliberatamente quell’ambiente.

Per centinaia di migliaia di anni Homo sapiens è stato principalmente il prodotto dell’evoluzione.

Negli ultimi millenni ha cominciato a trasformare gli ecosistemi.

Negli ultimi secoli ha trasformato il pianeta; nel bene e nel male.

Negli ultimi decenni ha iniziato a intervenire sull’informazione biologica attraverso le biotecnologie e sull’informazione culturale attraverso il digitale.

Ora comincia a intervenire sulla produzione stessa di intelligenza.

Questa sequenza merita attenzione.

Prima abbiamo costruito strumenti per modificare la materia.

Poi strumenti per modificare l’energia.

Poi strumenti per modificare l’informazione.

Ora stiamo costruendo strumenti che possono contribuire a modificare la conoscenza che utilizziamo per costruire gli strumenti successivi.

In altre parole, l’umanità potrebbe essere diventata parte del proprio ambiente evolutivo.

Il vero problema potrebbe essere la nostra lentezza

Davanti all’intelligenza artificiale si discute molto di una domanda: quanto diventeranno intelligenti le macchine?

È comprensibile.

Ma forse esiste un’altra domanda ancora più importante: quanto velocemente riusciranno gli esseri umani ad adattarsi alle macchine che costruiscono?

Perché il nostro cervello rimane quello di un primate sociale formatosi in tempi profondissimi.

Le nostre emozioni non vengono aggiornate tramite software.

La paura, il desiderio, la gelosia, l’aggressività, il bisogno di appartenenza, la competizione per il prestigio, la ricerca di approvazione continuano a operare secondo meccanismi antichi.

Possiamo mettere nelle mani di questo cervello una tecnologia del XXI secolo, ma il nostro cervello rimane biologicamente antico.

Non è necessariamente una condanna. La stessa mente che conserva istinti ancestrali possiede anche una straordinaria capacità di apprendimento culturale, cooperazione e costruzione di istituzioni.

Ed è probabilmente questa capacità, più della nostra biologia, che ci ha permesso di arrivare fin qui.

Ma la domanda rimane.

Per centinaia di migliaia di anni l’ambiente cambiava abbastanza lentamente da consentire agli esseri umani di imparare a viverci.

Adesso siamo noi a produrre il cambiamento.

E cominciamo a produrlo a una velocità che potrebbe diventare superiore a quella con cui riusciamo collettivamente a comprenderne le conseguenze.

È forse questa la caratteristica più sorprendente della nostra epoca.

Non il fatto che abbiamo costruito macchine intelligenti.

Ma che, dopo trecentomila anni di storia, potremmo essere diventati la prima specie costretta a rincorrere il mondo che essa stessa ha creato.

 


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